CLIVE BARKER

IMAGICA

(Imajica, 1991)

 

1

 

Era il principio basilare di Pluthero Quexos, il più celebrato drammaturgo del Secondo Dominio, che in ogni racconto, non importa quanto ambizioso il fine o profondo l'argomento, ci fosse spazio unicamente per tre attori principali. Tra re in guerra, un paciere; tra spose adoranti, un seduttore, o un bambino. Tra gemelli, lo spirito del grembo. Tra amanti, la morte. Altri attori potevano attraversare il dramma in gran numero, persino a migliaia, ma potevano essere solo spettri, comparse o, in rare occasioni, riflessi dei tre esseri reali e vigorosamente caratterizzati che stavano al centro dell'azione. E neppure questo trio essenziale sarebbe rimasto intatto, o almeno così egli insegnava. Si sarebbe ridotto costantemente nel corso della storia: i tre sarebbero diventati due, i due uno, finché la scena fosse rimasta deserta.

Inutile dire che questo dogma non era incontestato. Gli scrittori di favole e commedie manifestavano in modo particolarmente vivace il loro dissenso, ricordando all'insigne Quexos che essi terminavano invariabilmente i propri racconti con un matrimonio e una festa. Ma Quexos era inflessibile. Li definiva imbroglioni, e diceva che raggiravano il loro pubblico con ciò che chiamava l'ultima grande processione, quando, dopo che il matrimonio era stato celebrato, dopo che le canzoni erano state cantate e i balli ballati, i personaggi si allontanavano con la loro malinconia verso il buio, seguendosi l'un l'altro nell'oblio.

Era una filosofia dura, ma egli affermava che fosse immutabile e universale, valida tanto nel Quinto Dominio, chiamato Terra, quanto nel Secondo.

E, cosa più importante, certa nella vita come nell'arte.

 

Essendo un uomo dalle scarse emozioni, Charlie Estabrook aveva poca pazienza per il teatro che, secondo una sua rude affermazione, non era che spreco di fiato; compiacimento di sé, chiacchiere, bugie. Eppure, se in quella fredda notte di novembre qualche studente gli avesse recitato la Prima Legge del Dramma di Quexos, Charlie avrebbe annuito severamente dicendo: è tutto vero, tutto vero. L'aveva vissuta sulla sua pelle. Proprio come stabiliva la Legge di Quexos, la sua storia era iniziata con un trio: lui stesso, John Furie Zacharias, e, tra di loro, Judith. Questa situazione non era durata a lungo. Poche settimane dopo aver messo gli occhi su Judith, Estabrook era riuscito a soppiantare Zacharias nei suoi affetti, e il trio era divenuto una coppia felice. Lui e Judith si erano sposati e avevano vissuto felicemente per cinque anni, finché, per motivi che non riusciva ancora a comprendere, quella felicità era svanita e i due erano diventati uno.

Quell'uno era lui, naturalmente, e la notte lo sorprese nel retro di un'auto ronfante, trasportato per le gelide strade di Londra alla ricerca di qualcuno che lo aiutasse a finire la storia. Forse in un modo che Quexos non avrebbe approvato - la scena non sarebbe rimasta completamente vuota - ma tale da dare sollievo alla sua sofferenza.

Nella sua ricerca non era solo. Quella notte aveva la compagnia di un animo quasi fidato: il suo autista, guida e tirapiedi, l'ambiguo Chant. Ma nonostante le sue manifestazioni di solidarietà, Chant non era altro che un servitore, felice di occuparsi del proprio padrone fintanto che veniva regolarmente pagato. Non capiva la profondità del dolore di Estabrook: era troppo freddo, tròppo distaccato. E poi, per quanto lunga fosse la sua storia di famiglia, Estabrook non poteva rivolgersi a uno del suo lignaggio per riceverne conforto. Sebbene la sua genealogia risalisse al regno di Giacomo I, non era riuscito a scovare, in quell'albero di immoralità - foss'anche nelle radici più sanguinarie - un solo uomo che avesse attuato, di propria mano o per mano di altri, ciò che lui, Estabrook, stava progettando quella notte: l'omicidio di sua moglie.

Quando pensava a lei (e quando mai non lo faceva?) la bocca gli si prosciugava e le mani gli si bagnavano; sospirava, tremava. Nella sua mente ora lei appariva come un'evasa da un luogo di perfezione. La sua pelle era intatta e sempre fresca, sempre candida; il suo corpo era lungo, come i suoi capelli, le sue dita, la sua risata; e i suoi occhi, oh i suoi occhi, possedevano i colori delle foglie in tutte le stagioni: i verdi gemelli della primavera e della piena estate, gli ori dell'autunno, e, nella collera, la putredine nera dell'inverno profondo.

Charlie era, al contrario, un uomo comune; ben messo ma comune. Aveva fatto fortuna vendendo vasche da bagno, cessi e bidet, cosa che non aveva contribuito a fare di lui un mistico. Perciò, appena mise gli occhi addosso a Judith - era seduta dietro la scrivania negli uffici del suo commercialista, e la sua bellezza era esaltata dallo sfondo scuro - il suo primo pensiero fu: voglio questa donna; il secondo: lei non mi vorrà. Affiorava comunque un sentimento istintivo in lui, quando si trattava di Judith, che non aveva mai provato con nessun'altra donna. Semplicemente, sentiva che lei gli apparteneva e che, se si fosse impegnato, l'avrebbe conquistata. Il suo corteggiamento iniziò il giorno del loro primo incontro: le fece arrivare sulla scrivania il primo di una serie di piccoli pegni d'affetto. Ma capì presto che doni e lusinghe di quel genere non sarebbero serviti a nulla. Lei lo ringraziò con gentilezza, ma gli disse che non gradiva. Lui smise allora di inviarle regali, e avviò invece un'indagine sistematica sulle sue condizioni di vita. C'era poco da sapere: Judith viveva semplicemente in una piccola cerchia vagamente bohémienne. Solo che in quella cerchia Estabrook scoprì un uomo i cui diritti su di lei precedevano i suoi, e al quale la donna era apparentemente fedele. Quest'uomo era John Furie Zacharias, che tutti conoscevano come Gentle, e che aveva una reputazione di grande amatore che avrebbe indotto Estabrook a desistere se non avesse avuto quella strana certezza. Decise allora di essere paziente e di aspettare il suo momento. Prima o poi sarebbe arrivato.

Nel frattempo osservava la sua amata da lontano, tramando per incontrarla casualmente ogni tanto, e contemporaneamente indagando nel passato del suo rivale. Anche in questo caso c'era poco da sapere. Quando non si faceva mantenere dalle sue amanti Zacharias dipingeva quadri non molto quotati: insomma, secondo l'opinione generale, conduceva vita dissoluta. Estabrook ne ebbe una dimostrazione lampante quando lo incontrò per caso. La bellezza di Gentle non era inferiore alla sua fama, ma l'uomo, pensò Charlie, sembrava appena uscito da qualche strana febbre. C'era qualcosa di selvaggio che trasudava dal suo corpo. Dietro la simmetria, il suo viso tradiva un desiderio ardente che gli dava uno sguardo da indemoniato.

Tre giorni dopo questo incontro, Charlie venne a sapere che la sua amata si era dolorosamente separata da quell'uomo, e che aveva bisogno di cure amorevoli. Fu sollecito a elargirgliele, e lei accettò il conforto della sua devozione con una facilità tale da indurlo a pensare che i suoi sogni di possesso fossero fondati.

Naturalmente i ricordi di quel trionfo erano stati inaspriti dall'abbandono, e adesso era lui ad avere lo sguardo affamato e struggente che aveva visto sul viso di Furie. Gli si addiceva meno che a Zacharias: non aveva un viso fatto per il tormento. A cinquantasei anni ne dimostrava sessanta o più e i suoi lineamenti erano tanto massicci quanto quelli di Gentle erano delicati, tanto determinati quanto rarefatti quelli di Gentle. La sua unica concessione alla vanità erano i baffi accuratamente arricciati sotto il naso patrizio che nascondevano un labbro superiore da lui giudicato in gioventù un po' troppo turgido, e lasciavano sporgere, più del mento, quello inferiore.

Ora, mentre viaggiava per le strade buie, vide quel viso nel finestrino e lo scrutò con tristezza. Che zimbello era! Arrossì pensando a come si era pavoneggiato spudoratamente con Judith sottobraccio; a come aveva scherzato sul fatto che lei lo amava per la sua pulizia e per il suo gusto in materia di bidet. Le stesse persone che avevano ascoltato quegli scherzi ora se la ridevano di gusto; lo giudicavano ridicolo. Era insopportabile. L'unico modo che Estabrook conosceva per lenire il dolore dell'umiliazione era di punire quella donna per il crimine di averlo lasciato.

Fregò il dorso della mano sul finestrino e scrutò fuori.

"Dove siamo?" chiese a Chant.

"A sud del fiume, signore."

"Sì, ma dove?"

"Streatham."

Nonostante fosse passato per quella zona molte volte - aveva un magazzino nelle vicinanze - non la riconobbe affatto. La città non gli era mai sembrata più estranea, più brutta.

"Di che sesso pensi che sia Londra?" chiese sovrappensiero.

"Non ci ho mai pensato," disse Chant.

"Una volta era una donna," continuò Estabrook. "Noi diciamo la città, vero? Ma non sembra più molto femminile, ora."

"Sarà di nuovo una signora, in primavera," replicò Chant.

"Non credo che un paio di crochi a Hyde Park facciano una grande differenza," disse ancora Estabrook. "È il fascino che non c'è più."

Sospirò. "Quanto manca?"

"Forse un altro chilometro."

"Sei sicuro che il tuo uomo ci sarà?"

"Naturalmente."

"Lo hai fatto spesso, vero? Voglio dire l'intermediario. Che termine hai usato? Agevolatore?"

"Oh sì," disse Chant. "Ce l'ho nel sangue." Quel sangue non era completamente inglese. La pelle e la sintassi di Chant mostravano le tracce dell'immigrato. Ma, ciononostante, Estabrook aveva cominciato a fidarsi un po' di lui.

"Non ti incuriosisce tutta questa faccenda?" chiese all'uomo.

"Non sono affari miei, signore. Lei paga per il servizio e io lo fornisco. Se voleva dirmi le sue ragioni..."

"No, non intendo farlo."

"Capisco. Perciò sarebbe inutile da parte mia essere curioso, non crede?"

Era abbastanza chiaro, pensò Estabrook. Non volere ciò che non si poteva avere risparmiava indubbiamente molto dolore. Avrebbe dovuto imparare questo trucco prima di diventare troppo vecchio; prima di trovarsi a desiderare quel tempo che non avrebbe più potuto avere. Non che pretendesse molto, quanto a soddisfazioni. Non era stato insistente con Judith dal punto di vista sessuale, ad esempio. In effetti traeva lo stesso piacere dal guardarla che dall'atto d'amore. La visione di lei lo trafiggeva letteralmente, facendo di lei, se solo se ne fosse resa conto, quella che penetrava, e di lui il penetrato. Ma, riflettendoci, forse Judith lo sapeva. Forse era fuggita proprio dalla sua passività, da quel suo godere nel farsi penetrare dalla lancia della sua bellezza. Se le cose stavano così, l'incontro di quella notte avrebbe dissolto la repulsione di lei. Mandandole l'assassino, le avrebbe dimostrato chi era. E lei, morendo, avrebbe compreso il proprio errore. L'idea lo solleticava. Si permise un piccolo sorriso, che svanì dal suo viso quando sentì l'automobile rallentare e intravide dal finestrino appannato il luogo in cui il suo agevolatore lo aveva portato.

Dinanzi a loro si trovava una parete di lamiera ondulata, imbrattata da scritte e graffiti per tutta la sua lunghezza. Dietro, visibile attraverso i buchi dove la famiera era stata squarciata in spuntoni frastagliati e piegata verso l'interno, si trovava un deposito di rottami in cui erano parcheggiate alcune roulotte. Questa aveva tutta l'aria di essere la loro destinazione.

"Sei impazzito?" disse Estabrook, piegandosi in avanti per afferrare la spalla di Chant. "Non siamo al sicuro qui."

"Le ho promesso il migliore assassino d'Inghilterra, signor Estabrook, e lui è qui. Si fidi di me, è qui."

Estabrook ringhiò per la rabbia e il senso d'impotenza. Si era immaginato un appuntamento clandestino - tende alle finestre, porte chiuse - non un accampamento di zingari. Questo era un posto decisamente troppo pubblico e troppo pericoloso. Sarebbe stato il colmo venire assassinato mentre assoldava un assassino. Estabrook si appoggiò alla pelle scricchiolante del suo sedile e mormorò: "Mi hai deluso."

"Le assicuro che quest'uomo è un individuo straordinario," disse Chant. "Nessuno in Europa è al suo livello. Ho già lavorato con lui..."

"Puoi farmi i nomi delle vittime?"

Chant si girò verso il suo cliente e disse in tono quasi di rimprovero: "Io non ho violato la sua privacy, signor Estabrook. La prego di non violare la mia."

Estabrook emise un grugnito trattenuto.

"Preferisce tornare a Chelsea?" continuò Chant. "Le posso trovare qualcun altro. Forse non così bravo, ma in un ambiente più accogliente."

Estabrook colse il sarcasmo di Chant; inoltre, doveva riconoscere che quello era un gioco in cui non sarebbe dovuto entrare se voleva rimanere bianco come un giglio.

"No, no," disse. "Siamo qui, tanto vale che io lo veda. Come si chiama?"

"Io lo conosco solo come Pie," rispose Chant.

"Pie? Pie come?"

"Solo Pie."

Chant scese dall'auto e aprì la portiera di Estabrook. L'aria gelida turbinò, trasportando fiocchi di nevischio. L'inverno era impaziente quell'anno. Alzato il colletto del cappotto e affondate le mani nella profondità delle tasche, Estabrook seguì la sua guida attraverso il più vicino varco nella parete ondulata. Il vento trasportava, insieme a quello di grasso rancido, un forte odore di legna bruciata che proveniva da un falò quasi spento posto tra le roulotte.

"Mi stia vicino," disse Chant. "Cammini di buon passo e non mostri troppo interesse. Queste sono persone molto riservate."

"Che cosa fa qui il tuo uomo?" volle sapere Estabrook. "È in fuga da qualcosa?"

"Lei ha detto che voleva qualcuno che non potesse essere rintracciato. Invisibile è la parola che ha usato. Be', quell'uomo è Pie. Non è registrato su alcun documento. Né dalla polizia, né dalla previdenza sociale. Non esiste nemmeno il suo atto di nascita."

"Questo mi sembra assai improbabile."

"Sono specializzato in cose improbabili," rispòse Chant.

Fino a questo momento i bruschi mutamenti negli occhi di Chant non avevano mai turbato Estabrook, ma lo fecero ora, impedendogli di sostenere direttamente il suo sguardo. Tutta quella storia che gli stava raccontando era sicuramente falsa. Chi riusciva oggigiorno ad arrivare all'età adulta senza apparire su qualche documento? Ma il pensiero di incontrare un uomo che si considerava inesistente di fronte alla legge affascinava Estabrook. Annuì con il capo a Chant, e insieme si diressero verso il campo sudicio e semibuio.

C'erano detriti gettati in ogni angolo: carcasse scheletriche di automobili arrugginite; cumuli di rifiuti marci di cui il freddo non riusciva a sopprimere l'odore; innumerevoli falò spenti. La presenza di intrusi aveva attirato l'attenzione. Un cane con più razze nel sangue che peli sulla schiena gli abbaiò contro con la schiuma alla bocca dall'estremità della sua catena; le tende di diverse roulotte vennero aperte da testimoni che rimanevano nell'ombra; due ragazze appena adolescenti, entrambe con capelli tanto lunghi e biondi da far pensare che fossero state battezzate nell'oro (bellezza inverosimile, in un luogo simile) si alzarono da dietro il fuoco: una si mise a correre come per avvertire le vedette, l'altra osservò i nuovi arrivati con un certo sorriso tra il serafico e l'idiota.

"Non li fissi," gli ricordò Chant accelerando, ma Estabrook non riusciva a trattenersi.

Un albino dai riccioli bianchi era apparso da una delle roulotte seguito dalla ragazza bionda. Alla vista degli estranei lanciò un grido e si diresse verso di loro. Due nuove porte si aprirono, e altri uscirono dalle roulotte, ma Estabrook non riuscì a vedere chi fossero o se fossero armati, perché Chant disse: "Cammini, non guardi. Siamo diretti alla roulotte con il sole dipinto sopra. La vede?"

"La vedo."

Mancavano ancora una ventina di metri. Riccioli stava ora impartendo una serie di ordini, per lo più incoerenti, ma che certamente avevano lo scopo di fermarli. Estabrook lanciò un'occhiata a Chant, che aveva lo sguardo fisso verso la loro destinazione, i denti stretti. Il rumore di passi alle loro spalle divenne più forte. Un colpo in testa o un coltello nelle costole erano il meno che potessero aspettarsi.

"Non ce la faremo," disse Estabrook.

A meno di dieci metri dalla roulotte, con l'albino alle costole, la porta davanti a loro si aprì, e una donna in vestaglia con un bambino in braccio guardò fuori. Era piccola, e sembrava tanto fragile che era un miracolo se riusciva a tenere in braccio il bambino. Il piccolo iniziò a piangere non appena sentì il freddo, e l'intensità del suo lamento spinse i loro inseguitori ad agire. Riccioli afferrò Estabrook per una spalla e lo fermò. Chant - disgraziato codardo che era - non rallentò, ma continuò a dirigersi a grandi passi verso la roulotte, mentre Estabrook veniva fatto ruotare su se stesso, fino a trovarsi a faccia a faccia con l'albino. Affrontare uomini scabbiosi e con la faccia butterata, che non avevano niente da perdere a sventrarlo sul posto, era davvero un incubo perfetto. Mentre Riccioli lo teneva saldamente, un altro uomo, con gli incisivi d'oro che brillavano, si avvicinò, aprì il cappotto di Estabrook, e iniziò a vuotargli le tasche con la velocità di un illusionista. Questo non era semplice professionismo. Volevano finire il lavoro prima che qualcuno potesse fermarli. Mentre la mano del borseggiatore estraeva il portafoglio della vittima, si udì una voce provenire dalla roulotte alle spalle di Estabrook: "Lasciate andare il signore."

L'ordine venne immediatamente eseguito, ma il ladro aveva già trasferito il portafoglio di Estabrook nella sua tasca, e aveva preso a indietreggiare sollevando le mani per far vedere che erano vuote. Del resto, sebbene colui che aveva parlato - presumibilmente Pie - stesse estendendo la propria protezione al nuovo venuto, non sembrava prudente tentare di rientrare in possesso del portafoglio. Estabrook si allontanò dai ladri, più leggero nel passo e nelle tasche, felice di potersi comunque allontanare.

Girandosi vide Chant sulla porta della roulotte. La donna, il bambino e colui che aveva parlato erano già rientrati.

"Le hanno fatto male?" chiese Chant.

Estabrook gettò un'occhiata alle proprie spalle in direzione dei delinquenti che erano tornati verso il fuoco, probabilmente per dividersi il bottino alla luce.

"No," rispose. "Ma sarà meglio che tu vada a controllare la macchina, o la smonteranno pezzo per pezzo."

"Prima vorrei presentarle..."

"Controlla la macchina e basta," lo interruppe Estabrook, cui l'idea di rispedire Chant fino al limite dell'accampamento facendogli attraversare di nuovo quella terra di nessuno dava una certa soddisfazione. "Mi posso presentare da solo."

"Come vuole."

Chant si allontanò, e Estabrook salì gli scalini della roulotte. Venne accolto da un odore e da un suono, entrambi dolci. Qualcuno aveva sbucciato delle arance, e il loro profumo era nell'aria. Si sentiva anche una ninnananna suonata da una chitarra. Il chitarrista, un uomo di colore, sedeva nell'angolo più lontano della roulotte, in un punto in ombra accanto a un bambino quasi addormentato. Il neonato, in un semplice lettino, era voltato dall'altra parte e farfugliava dolcemente con le braccia grassocce sollevate in aria come per cogliere la musica con le manine. La donna si trovava a un tavolo all'altra estremità del veicolo e stava raccattando le bucce d'arancia. Tutto l'interno della roulotte era caratterizzato dalla stessa meticolosità di quel gesto: ogni superficie era linda e pulita.

"Tu devi essere Pie," disse Estabrook.

"Per favore, chiuda la porta," disse il suonatore di chitarra. Estabrook eseguì. "E si sieda. Theresa, qualcosa per il signore. Deve avere freddo."

La tazzina di brandy che gli venne posta davanti gli parve un nettare. La bevve in due sorsi, e Theresa tornò subito a riempirla. Bevve ancora con la stessa velocità, e la tazza venne nuovamente riempita di altro liquore. Quando Pie riuscì a far addormentare entrambi i bambini con la sua musica e si alzò per unirsi al suo ospite al tavolo, il liquore aveva ormai destato nella testa di Estabrook un piacevole ronzio.

Nella sua vita Estabrook aveva conosciuto per nome solo altri due uomini di colore. Uno era il direttore di una fabbrica di mattonelle a Swindon, l'altro un collega di suo fratello: non aveva desiderato approfondire la conoscenza di nessuno dei due. Apparteneva a un'età e a una classe sociale che non si era ancora ben ripulita della feccia del colonialismo, e il fatto che quell'uomo avesse sangue negro nelle vene (e probabilmente molte altre cose ancora) rappresentava un altro punto a sfavore della scelta di Chant. Ma nonostante tutto, forse per via del brandy, trovava l'uomo di fronte a lui affascinante. Pie non aveva la faccia di un assassino. Non era un volto impassibile, ma dolente e vulnerabile; persino (anche se Estabrook non lo avrebbe mai ammesso apertamente) bello. Zigomi alti, labbra piene e occhi dalle palpebre pesanti. I suoi capelli, biondi e neri insieme, gli ricadevano con una abbondanza tutta italiana in riccioli aggrovigliati che gli arrivavano alle spalle. Sembrava più vecchio di quanto Estabrook si aspettasse, vista anche l'età dei suoi figli. Forse aveva solo trent'anni, ma sembrava affaticato da qualche eccesso, tanto che il color seppia brunito della sua pelle riusciva a malapena a nascondere una iridescenza malsana: era come se nelle sue cellule ci fosse qualche traccia di mercurio. Per questo era difficile fissarlo, specialmente con gli occhi annebbiati dal brandy; era come se il minimo movimento del suo capo si rifrangesse in onde sottili sulle sue ossa: onde la cui spuma faceva sgorgare dalla sua pelle scie di colori che Estabrook non aveva mai visto prima su un corpo umano.

Theresa li lasciò ai loro affari e si sedette accanto al lettino. In parte per riguardo verso chi dormiva e in parte per il disagio di esprimere ciò che aveva in mente, Estabrook parlò sussurrando.

"Chant ti ha detto perché sono qui?"

"Naturalmente," rispose Pie. "Lei vuole far uccidere qualcuno."

Estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasca anteriore della sua camicia di jeans, e ne offrì una a Estabrook, che la rifiutò con un cenno del capo.

"E per questo che è qui, non è vero?"

"Sì," rispose Estabrook. "Però..."

"Ora che mi ha visto, pensa che io non sia la persona adatta," lo provocò Pie. Si avvicinò la sigaretta alle labbra. "Sia onesto."

"Non sei esattamente come ti avevo immaginato," replicò Estabrook.

"Ma questo è positivo," disse Pie, accendendo la sigaretta. "Se io fossi stato come lei mi immaginava, avrei avuto l'aspetto di un assassino, e lei avrebbe detto che ero troppo vistoso."

"Forse."

"Se non vuole assumermi, non importa. Sono sicuro che Chant le può trovare qualcun altro. Se vuole assumermi, sarà meglio che mi dica subito di cosa ha bisogno."

Estabrook guardò il fumo spandersi davanti agli occhi grigi dell'assassino, e prima di riuscire a trattenersi cominciò a raccontare la propria storia, dimenticando le regole che si era imposto di osservare in quella circostanza. Anziché interrogare l'uomo, nascondendo la propria biografia in modo che l'altro avesse il minor potere possibile su di lui, raccontò la sua tragedia fin nei particolari più imbarazzanti. Ci furono un paio di volte in cui fu sul punto di fermarsi, ma era un tale sollievo potersi scaricare la coscienza che lasciò che la lingua avesse il sopravvento sul giudizio. L'altro non interruppe nemmeno una volta quella litania, e solo quando il flusso di parole fu troncato da un colpo alla porta che annunciava il ritorno di Chant, Estabrook si ricordò che in quella notte c'erano altre persone al mondo oltre a lui e al suo confessore. E in quel momento la storia era già stata raccontata.

Pie aprì la porta, ma non lasciò entrare Chant. "Verremo all'auto quando avremo finito," disse all'autista. "Non ci metteremo molto." Poi richiuse la porta e ritornò al tavolo. "Qualcos'altro da bere?" chiese.

Estabrook rifiutò, ma accettò una sigaretta mentre riprendevano a parlare. Pie richiedeva dettagli sugli spostamenti di Judith; Estabrook forniva le risposte con un tono uniforme. Infine la questione del pagamento: diecimila sterline, da pagare in due rate, la prima al momento dell'accordo, la seconda a lavoro fatto.

"I soldi li ha Chant," disse Estabrook.

"Allora andiamo?" suggerì Pie.

Prima di lasciare la roulotte, Estabrook guardò nel lettino. "Hai dei bei figli," commentò quando furono fuori al freddo.

"Non sono miei," replicò Pie. "Il loro padre è morto un anno fa, lo scorso Natale."

"Che tragedia," commentò Estabrook.

"E stata una cosa veloce," disse Pie, lanciando uno sguardo a Estabrook, e confermando così nel suo interlocutore il sospetto che fosse stato lui ad averli resi orfani. "E sicuro di volere morta quella donna?" chiese Pie. "Non devono esserci dubbi in un lavoro come questo. Se c'è in lei una minima esitazione..."

"Nessuna esitazione," disse Estabrook. "Sono venuto qui per trovare un uomo che uccida mia moglie. Quell'uomo sei tu."

"La ama ancora, non è vero?" chiese Pie, mentre camminavano.

"Certo che l'amo," rispose Estabrook. "È per questo che la voglio morta."

"Non c'è resurrezione, signor Estabrook. Almeno non per lei."

"Non sono io che sto morendo."

"Io credo di sì," fu la risposta di Pie. Si trovavano davanti al fuoco, ora incustodito. "Un uomo che uccide ciò che ama deve morire un po' anche lui. Questo è chiaro?"

"Se muoio, muoio," fu la risposta di Estabrook. "Ma dev'essere lei ad andarsene per prima. Vorrei che venisse fatto al più presto."

"Ha detto che ora si trova a New York, Vuole che la segua fin là?"

"Conoscila città?"

"Sì."

"Allora fallo lì, e fallo presto. Chant ti darà altro denaro per pagarti il volo. E questo è quanto. Non ci incontreremo più."

Chant stava aspettando al limitare del campo, e pescò dalla tasca la busta con i soldi. Pie la accettò senza domande o ringraziamenti, poi strinse la mano di Estabrook e lasciò che i due intrusi tornassero alla sicurezza della loro automobile. Mentre si rilassava nel comodo sedile di pelle, Estabrook si rese conto che il palmo che aveva stretto la mano di Pie gli tremava. Strinse le dita con quelle dell'altra mano, e rimase così, con le nocche bianche, per il resto del viaggio di ritorno.

 

2

 

Fallo per le donne del mondo, diceva il biglietto che John Furie Zacharias teneva in mano. Tagliati quella gola bugiarda.

Accanto al biglietto, posato sulle tavole nude, Vanessa e la sua banda (aveva due fratelli, probabilmente erano stati loro ad aiutarla a svuotare la casa) avevano lasciato un mucchietto di vetri rotti, nel . caso in cui l'invito l'avesse convinto a porre termine alla sua vita seduta stante. L'uomo fìsso il biglietto in uno stato di stupore, rileggendolo più volte, cercandovi - naturalmente invano - qualche piccola consolazione. Sotto lo scarabocchio che componeva il nome di Vanessa, la carta era leggermente increspata. Si chiese se vi fossero cadute delle lacrime mentre lei scriveva il suo addio. Sarebbe stato di poco conforto, ed era decisamente improbabile. Vanessa non era una che piangeva. E lui non riusciva a immaginare una donna con sentimenti meno ambigui, in grado di spogliarlo completamente dei suoi beni. Certo, né la casa ricavata da una scuderia né alcuno dei mobili era suo per legge, ma avevano scelto insieme molti dei pezzi dell'arredamento, lei contando sull'occhio d'artista di lui, lui sui soldi di lei per acquistare tutto ciò che gli piaceva. E ora era tutto sparito, fino all'ultimo tappeto persiano e all'ultima lampada déco. La casa che avevano messo su insieme, e dalla quale avevano tratto piacere per un anno e due mesi, era completamente spoglia. E anche lui lo era. Fino ai nervi, fino all'osso. Non aveva più niente.

Non era un disastro irreparabile. Vanessa non era stata la prima donna ad assecondare la sua predilezione per le camicie fatte su misura e i panciotti di seta, né sarebbe stata l'ultima. Ma era la prima nei suoi ricordi recenti - per Gentle il passato evaporava dopo circa dieci anni - ad aver tramato per togliergli tutto nello spazio di mezza giornata. Lui aveva commesso un errore abbastanza evidente. Si era svegliato accanto a Vanessa quella mattina con un'erezione da cui la donna intendeva trarre piacere, e lui l'aveva stupidamente rifiutata, sapendo di avere un appuntamento con Martine quel pomeriggio. Come lei avesse scoperto dove andava a scaricarsi le palle era, a questo punto, un interrogativo puramente accademico. Ci era riuscita, e questo bastava. Lui era uscito di casa a mezzogiorno pensando che la donna che vi aveva lasciato gli fosse devota, ed era tornato a casa cinque ore più tardi, trovando la casa in quello stato.

Poteva sentirsi sentimentale nei momenti più strani. Come ora, ad esempio, mentre passeggiava per le stanze vuote, raccogliendo gli oggetti che lei si era sentita in dovere di lasciargli. La sua agenda, i vestiti che aveva comperato con i suoi soldi e non con quelli di lei, i suoi occhiali di scorta, le sue sigarette. Non aveva amato Vanessa, ma i quattordici mesi che avevano trascorso insieme gli erano piaciuti. Lei aveva lasciato dell'altro ciarpame sul pavimento del soggiorno: ricordi di quel periodo. Un mazzo di chiavi per le quali non avevano mai trovato le porte adatte, le istruzioni di un miscelatore di cui Gentle aveva bruciato il motore preparando margarita a mezzanotte, una boccetta di plastica di olio per il corpo. Una collezione pietosa, tutto sommato, ma egli non si ingannava al punto di credere che la loro relazione fosse stata qualcosa di più che la somma di quei miseri pezzi. La questione era (adesso che era finita): dove andare e che cosa fare? Martine era una donna di mezza età e sposata, suo marito un banchiere che trascorreva tre giorni la settimana in Lussemburgo, lasciandole il tempo di amoreggiare. Lei dava periodicamente prova del suo amore per Gentle, ma non con una costanza tale da fargli credere di poterla sottrarre al marito quand'anche lo avesse voluto, cosa di cui non era affatto certo. La conosceva da otto mesi, l'aveva incontrata a una festa del fratello maggiore di Vanessa, William, e avevano litigato una sola volta, ma era stato uno scambio di opinioni rivelatore. Lei lo aveva accusato di guardare sempre le altre donne: guardava, guardava, come se fosse in cerca di una nuova conquista. Lui aveva risposto onestamente, forse perché non gli importava molto di lei, dandole ragione. Il sesso delle donne lo istupidiva. Stava male in loro assenza ed era felice in loro presenza; pazzo d'amore. Lei gli aveva risposto che anche se la sua ossessione era più sana di quella di suo marito - cioè soldi e intrighi - il suo comportamento era comunque da nevrotico. Gli aveva chiesto a cosa serviva quella ricerca senza fine. Lui aveva risposto con qualche banalità sulla donna ideale, ma anche mentre le snocciolava quelle sciocchezze conosceva l'amara verità. Troppo amara in realtà per poter essere detta. In sostanza, tutto si riduceva a questo: si sentiva insignificante, vuoto, quasi invisibile, tranne quando una o più donne si infatuavano di lui. Sì, sapeva di avere lineamenti fini, una fronte ampia, uno sguardo indimenticabile, labbra scolpite in modo tale che anche un'espressione beffarda le rendeva seducenti, ma aveva bisogno di uno specchio vivente che glielo dicesse. In più, viveva nella speranza che uno specchio del genere scoprisse dietro il suo aspetto qualcosa che solo un altro paio di occhi era in grado di vedere: un io nascosto che lo liberasse dall'essere Gentle.

 

Come ogni volta che si sentiva solo e abbandonato, Gentle andò a trovare Chester Klein, patrono delle arti in diverse accezioni, un uomo che affermava di essere stato stralciato ad opera di avvocati permalosi da più biografie di qualsiasi altro uomo dai tempi di Byron. Viveva a Notting Hill Gate, in una casa che aveva acquistato a poco prezzo alla fine degli anni Cinquanta, dalla quale ora usciva raramente, tanto soffriva di agorafobia o, come preferiva dire lui, "di un timore assolutamente razionale di chiunque io non possa ricattare."

Da quel piccolo ducato riusciva a prosperare, essendo attivo in un commercio che richiedeva pochi contatti scelti, naso per i cambiamenti di gusto del mercato e abilità nel nascondere la gioia che gli davano le sue imprese. In breve, si occupava di truffe, e quest'ultima, la dissimulazione dei successi ottenuti, era la qualità nella quale era più carente. Nella sua cerchia ristretta di amici c'era chi diceva che sarebbe stata la sua rovina, ma costoro o i loro predecessori profetizzavano la stessa cosa da tre decenni: eppure Klein aveva avuto più successo di tutti loro. Le personalità che aveva intrattenuto nel corso dei decenni (ballerini disertori e spie dappoco, debuttanti tossicomani, rockstar con velleità messianiche e vescovi che idolatravano i chierichetti) avevano tutti avuto il loro momento di gloria, ed erano poi caduti. Ma Klein era sempre sulla cresta dell'onda. E quando, di tanto in tanto, il suo nome appariva su una rivista scandalistica o in una autobiografia, veniva invariabilmente dipinto come il santo patrono delle anime perdute.

Non fu solo la certezza che, essendo anch'egli un'anima persa, sarebbe stato il benvenuto a portare Gentle in casa di Klein. Non si ricordava un solo momento in cui Klein non avesse avuto bisogno di denaro per questo o quell'azzardo, e ciò significava che aveva bisogno di pittori. La casa di Ladbroke Grove offriva qualcos'altro oltre la serenità: offriva lavoro. Erano passati undici mesi da quando Gentle aveva visto Chester o ci aveva parlato, ma venne accolto calorosamente come al solito, e invitato a entrare.

"Presto! Presto!" esortò Klein. "Gloriana è di nuovo in calore!" Riuscì a richiudere la porta sbattendola prima che l'obesa Gloriana, uno dei suoi cinque gatti, potesse fuggire alla ricerca di un compagno. "Troppo lenta, dolcezza!" le disse. Lei rispose con un miagolio lamentoso. "La mantengo grassa, così è lenta," spiegò. "E nemmeno io mi sento poi tanto ciccio."

Si accarezzò il pancione, notevolmente cresciuto dall'ultimo incontro con Gentle: stava mettendo a dura prova le cuciture della camicia, appariscente quanto lui e, come lui, reduce da anni migliori. Portava ancora i capelli legati a coda con un nastro, e aveva una croce egizia appesa alla catenina che portava al collo, ma sotto l'infarinatura da innocuo, trasandato figlio dei fiori, era avido come uno sparviero. Anche l'atrio in cui si abbracciarono traboccava di oggetti alla rinfusa: un cane di legno, rose di plastica in profusione psichedelica, teschi di zucchero su vassoi.

"Mio Dio, sei raffreddato!" disse Klein a Gentle, "e hai un pessimo aspetto. Chi ti ha picchiato sulla testa?"

"Nessuno."

"Hai dei lividi."

"Sono stanco e basta."

Gentle si tolse il cappotto pesante e lo poggiò sulla sedia vicino alla porta, sapendo che quando sarebbe tornato l'avrebbe trovato caldo e coperto di peli di gatto. Klein era già in soggiorno, e versava del vino. Sempre e solo rosso.

"Non badare alla televisione," disse. "In questi giorni non la spengo mai. Il trucco sta nel tenere a zero il volume. Muta è molto più divertente."

Questa era un'abitudine nuova e molto fastidiosa. Gentle accettò il vino e si sedette in un angolo del divano poco molleggiato, dove era più facile ignorare lo schermo. Ma anche lì si sentiva tentato.

"E ora, piccolo Bastardo," disse Klein, "a che disastro devo l'onore?"

"Non è veramente un disastro. Ho solo passato un brutto periodo. Volevo un po' di compagnia allegra."

"Lascialo perdere, Gentle," disse Klein.

"Lasciare perdere cosa?"

"Lo sai cosa. Il sesso debole. Lascialo perdere. Io l'ho fatto. E un tale sollievo. Tutte quelle orribili seduzioni. Tutto quel tempo sprecato a meditare sulla morte per evitare di venire troppo presto. Ti assicuro, mi sono tolto un peso dalle spalle."

"Quanti anni hai?"

"L'età non c'entra un cazzo con questo. Ho rinunciato alle donne perché mi stavano spezzando il cuore."

"Quale cuore?"

"Potrei chiederti la stessa cosa. Sì, tu piangi e ti torci le mani, ma poi torni indietro e ripeti gli stessi errori. È noioso. Loro sono noiose."

"Allora salvami."

"Oh, eccoci al dunque."

"Non ho soldi."

"Nemmeno io."

"Allora li faremo insieme. Non sarò più un mantenuto. Tornerò a vivere nello studio. Dipingerò qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno."

"Ha parlato il Bastardo."

"Vorrei che tu non mi chiamassi così."

"È quello che sei. Non sei cambiato in otto anni. Il mondo invecchia, ma il Bastardo rimane al suo posto. A proposito..."

"Dammi lavoro."

"... Non mi interrompere quando spettegolo. A proposito, due domeniche fa ho visto Clem. Ha chiesto di te. E ingrassato molto, e la sua vita amorosa è disastrosa quasi quanto la tua. Taylor è malato della tua stessa piaga. Davvero, Gentle, il celibato è la cosa migliore."

"Allora dammi lavoro."

"Non è così facile. Attualmente il mercato è fiacco. E poi, lascia che sia brutale, ho un nuovo enfant prodige." Si alzò. "Ti faccio vedere." Guidò Gentle fino allo studio. "Il ragazzo ha ventidue anni, e ti assicuro che se avesse qualche idea in testa sarebbe un grande pittore. Ma è come te, ha talento ma niente da dire."

"Grazie," disse acidamente Gentle.

"Sai che è vero." Klein accese la luce. Nella stanza c'erano tre tele, tutte senza cornice. Una raffigurava una donna nuda nello stile di Modigliani. Accanto, un piccolo paesaggio alla Corot. Ma la terza, la più grande delle tre, era la migliore: era una scena pastorale che rappresentava dei pastori vestiti in stile classico, in adorazione davanti a un albero nel cui tronco era visibile un volto umano.

"Lo distingueresti da un vero Poussin?"

"È ancora fresco?" chiese Gentle.

"Che intuito."

Gentle si avvicinò per esaminare il dipinto più attentamente. Non era particolarmente esperto di questo periodo, ma ne sapeva abbastanza da rimanere impressionato dall'opera. I colori erano fitti, stesi con tratti attenti e sicuri, creando delle tonalità quasi trasparenti.

"Accurato, non è vero?" disse Klein.

"Tanto da risultare meccanico."

"Adesso, non essere acido."

"Lo dico davvero. È troppo perfetto per poter essere descritto a parole. Mettilo sul mercato e la partita è persa. Per il Modigliani è un altro discorso..."

"Quello era un esercizio tecnico," disse Klein. "Non lo posso vendere. Quest'uomo ha dipinto solo una dozzina di quadri. Quello su cui punto è il Poussin."

"Non farlo. Ti farai truffare. Posso bere qualcos'altro?"

Gentle tornò verso l'ingresso mentre Klein lo seguiva borbottando tra sé.

"Hai un buon occhio Gentle," disse. "Ma sei inaffidabile. Troverai un'altra donna e sparirai."

"Non questa volta."

"E non stavo scherzando a proposito del mercato. Non c'è posto per le stronzate."

"Hai mai avuto problemi con un pezzo dipinto da me?"

Klein rifletté. "No," rispose.

"Ho un Gauguin a New York. Quegli schizzi di Füssli che ho fatto..."

"Berlino. Oh sì, hai avuto un discreto successo."

"Non lo saprà mai nessuno, naturalmente."

"Lo sapranno. Tra cento anni i tuoi Füssli dimostreranno tutta la loro vera età, non quella che dovrebbero avere. La gente comincerà a indagare, e tu, caro il mio Bastardo, verrai scoperto. Lo stesso succederà a Kenny Soames e a Gideon; a tutti i miei cari imbroglioni."

"E tu verrai infamato per averci corrotto. Privando il XX secolo di tutta quell'originalità."

"Originalità un cazzo. È un articolo sopravvalutato, lo sai. Tu riesci a essere visionario dipingendo Vergini."

"E allora farò questo. Vergini in tutti gli stili. Sarò casto, e dipingerò Madonne tutto il giorno. Con bambino. Senza bambino. Piangenti. Ridenti. Mi consumerò le palle, Klein, e andrà benissimo perché non ne avrò più bisogno."

"Scordati le Vergini. Sono fuori moda."

"Le ho scordate."

"La decadenza ti si addice di più."

"Tutto quello che vuoi. Basta dirlo."

"Ma non fare stronzate. Se trovo un cliente e gli prometto qualcosa, poi è compito tuo produrlo."

"Stasera torno allo studio. Ricomincio. Ma faresti una cosa per me?"

"Che cosa?"

"Brucia il Poussin."

 

Durante la convivenza con Vanessa Gentle si era recato allo studio di tanto in tanto, si era anche visto con Martine in due occasioni, quando suo marito aveva cancellato un viaggio in Lussemburgo e lei era troppo in calore per perdere un appuntamento, ma era squallido e privo di fascino, ed era stato felice di tornare nella casa in Wimpole Mews. Ora, invece, si rallegrò dell'austerità dello studio. Accese il piccolo fornello elettrico, si preparò una tazza di finto caffè con finto latte e, sotto la sua influenza, pensò all'inganno.

Gli ultimi sei anni della sua vita - da Judith in avanti per la precisione - erano stati una serie di falsi. Il che non era disastroso in se stesso, dopo quella notte il falso sarebbe tornato a essere la sua professione. Ma mentre la pittura dava un risultato finale tangibile (due, contando la remunerazione), la caccia e la seduzione lo lasciavano sempre nudo e a mani vuote. Quella notte avrebbe posto fine anche a quella fase. Promise solennemente, brindando con pessimo caffè al Dio dei Falsari, chiunque fosse, di diventare grande. Se la falsità era il suo genio, perché sprecarlo ingannando mariti e amanti? Doveva dirottarlo verso un fine più importante, producendo capolavori al posto di qualcun altro. Il tempo avrebbe riconosciuto la sua validità, nel modo che Klein aveva previsto; avrebbe svelato i suoi molti lavori, e lo avrebbe mostrato, finalmente, come il visionario che era. E se ciò non fosse accaduto, se Klein si sbagliava e la sua opera fosse rimasta misconosciuta per sempre, allora quella sarebbe stata la visione più vera di tutte. Invisibile, sarebbe stato visto; sconosciuto, sarebbe stato influente. Ciò bastava a fargli dimenticare completamente le donne. Almeno per quella notte.

 

3

 

All'imbrunire, le nuvole sopra Manhattan che avevano minacciato neve per tutto il giorno si aprirono rivelando un cielo intatto, di un colore così ambiguo che avrebbe potuto alimentare una discussione filosofica sulla natura del blu. Carica com'era degli acquisti della giornata, Jude decise di tornare all'appartamento di Marlin all'angolo tra Park Avenue e l'Ottantesima. Le braccia le facevano male, ma quella era pur sempre un'occasione per ripensare all'incontro che aveva contraddistinto la sua giornata, e decidere se voleva parlarne a Marlin oppure no. Sfortunatamente lui aveva una mente da avvocato. Nel migliore dei casi fredda e analitica; nel peggiore, riduttiva. Jude conosceva se stessa abbastanza bene da sapere che se Marlin avesse minimamente messo in dubbio la sua storia, lei avrebbe certamente perso la pazienza, e l'atmosfera tra di loro, che era stata (con l'eccezione dei suoi approcci) così rilassata e priva di tensioni, sarebbe stata rovinata. Prima di parlarne con Marlin, era meglio decifrare ciò che pensava lei degli avvenimenti delle due ore precedenti. Poi sarebbe toccato a lui dissezionare il fatto a suo piacimento.

Già adesso, dopo averci ripensato un paio di volte, l'incontro stava diventando, come il blu del cielo, ambiguo. Ma lei cercava di attenersi strettamente ai fatti. Si trovava nel settore abbigliamento maschile di Bloomingdale, e cercava un maglione per Marlin. C'era molta folla e, in esposizione, non vedeva niente che le sembrasse adatto. Si era piegata per raccogliere i pacchetti ai suoi piedi e, rialzandosi, aveva visto un viso conosciuto che la fissava attraverso la folla in movimento. Per quanto tempo aveva guardato quel viso? Un secondo, al massimo due? Abbastanza per sentirsi battere il cuore e arrossire; abbastanza per aprire la bocca e formare la parola Gentle. Poi il movimento di persone tra di loro si era fatto più intenso, e lui era scomparso. Jude aveva fissato il punto in cui si trovava l'uomo, si era fermata a raccogliere le borse e lo aveva seguito, non dubitando affatto che si trattasse di lui.

La ressa rallentò il suo cammino, ma lo ritrovò ugualmente, mentre si dirigeva verso l'uscita. Questa volta gridò il suo nome, senza curarsi di sembrare una pazza, e si precipitò nella sua direzione. Faceva un grande effetto vederla correre e la folla si scostò per farla passare, cosicché quando raggiunse la porta, lui si trovava a pochi metri, oltre la porta. La Terza Avenue era affollata quanto il grande magazzino, ma lui era lì che attraversava la strada. Non appena Jude raggiunse l'orlo del marciapiede, il semaforo diventò rosso. Lo seguì comunque, sfidando il traffico. Quando lo chiamò di nuovo, l'uomo venne urtato da un individuo che aveva fretta quanto lei, e il colpo lo fece girare, permettendo a Jude di dargli una seconda occhiata. Se l'assurdità del suo errore non l'avesse tanto irritata, avrebbe potuto divertirla. O stava impazzendo, o aveva seguito l'uomo sbagliato. In ogni caso quell'uomo di colore, i cui capelli ricci brillavano ricadendogli sulle spalle, non era Gentle. Momentaneamente incerta se continuare a cercare o rinunciare subito alla caccia, i suoi occhi si soffermarono sulla faccia dell'estraneo, e per un istante o forse meno i suoi tratti divennero indistinti: nel loro mutare, come colpiti dal sole proveniente da un'ala della stratosfera, vide Gentle, i capelli tirati indietro che lasciavano libera la fronte alta, i languidi occhi grigi, la bocca, che fino a quel momento non sapeva di rimpiangere, pronta al sorriso. Che non arrivò. L'ala si abbassò, l'estraneo si voltò di nuovo, Gentle si era dissolto. Jude rimase nella calca per alcuni secondi mentre lui scompariva in direzione del centro. Poi chiamò a raccolta le proprie energie, voltò le spalle al mistero e si diresse verso casa.

Naturalmente non riuscì a dimenticarsene. Era una donna che si fidava delle proprie sensazioni, e scoprire che l'avevano ingannata in quel modo la addolorava. Ma c'era una cosa che la seccava di più: perché aveva scelto proprio quel viso in particolare, tra tutti quelli che si trovavano nel catalogo dei suoi ricordi, per sovrapporlo a quello di un perfetto estraneo? Quello che Klein chiamava "il Bastardo" era uscito dalla sua vita, e lei dalla vita di lui. Erano trascorsi sei anni da quando aveva attraversato il ponte sul quale si trovavano, ed era passata molta acqua sotto i ponti. Il suo matrimonio con Estabrook era venuto e andato assieme a quell'acqua, e assieme a un bel po' di dolore. Gentle era ancora sull'altra sponda, irrecuperabile. Ma allora perché lo aveva evocato proprio in quel momento?

Quando giunse a un isolato dalla casa di Marlin ricordò una cosa che in quei sei anni aveva quasi dimenticato. Era stata una breve apparizione di Gentle, non molto diversa da quella che aveva appena vissuto, che l'aveva spinta alla relazione quasi suicida con lui. Lo aveva conosciuto a una delle feste di Klein - un incontro casuale - e non ci aveva più pensato. Poi, tre notti più tardi, aveva fatto un sogno erotico che da tempo la ossessionava a intervalli regolari. Lo scenario era sempre lo stesso. Lei era nuda, sdraiata su alcune tavole nude in una stanza vuota, non legata ma in qualche modo costretta, e un uomo di cui non poteva mai vedere la faccia, ma che aveva una bocca così dolce che baciarlo era come mangiare una caramella, faceva impetuosamente l'amore con lei. Quella notte il fuoco acceso nel focolare vicino le aveva mostrato il viso del suo amante del sogno, ed era il viso di Gentle. Lo shock della rivelazione l'aveva svegliata, ma con una tale sensazione di perdita per quel coito interrotto, che non era riuscita più a dormire per il rimpianto. Il giorno seguente scoprì dove si trovava Gentle tramite Klein, il quale la mise apertamente in guardia sul fatto che, per i cuori teneri, John Zacharias era pericoloso. Lei aveva ignorato l'avvertimento ed era andata a trovarlo quel pomeriggio stesso, nello studio dalle parti di Edgware Road. Uscirono pochissimo per due settimane, e la loro passione fu tale da mettere in ombra i suoi sogni.

Solo in seguito, quando, ormai innamorata di lui, era troppo tardi perché il buon senso modificasse i suoi sentimenti, venne a sapere di più sul suo conto. Aveva una fama di dissoluto che, quand'anche fosse stata per il novanta per cento invenzione, sarebbe stata comunque prodigiosa. In qualsiasi cerchia, per quanto sazia di pettegolezzi, facesse il suo nome, c'era sempre qualcuno con qualche notizia piccante su di lui. Aveva anche una gran quantità di soprannomi. Alcuni lo chiamavano Furie; altri Zach o Zacho o signor Zeta; altri lo chiamavano Gentle, che era naturalmente il nome con cui lo conosceva lei; altri ancora John il Divino. Nomi sufficienti per una mezza dozzina di vite. Non gli era tanto ciecamente devota da non accettare il fatto che quei pettegolezzi fossero almeno in parte veri. Né lui faceva molto per arginarli. Gli piaceva l'alone di leggenda che lo circondava. Affermava ad esempio di non conoscere la propria età. Come lei, aveva una presa alquanto scivolosa sul passato. E ammetteva francamente di essere ossessionato dal sesso femminile: alcune delle storie che lo riguardavano parlavano di "rapimenti dalla culla", altre di scopate sul letto di morte: non andava tanto per il sottile.

Ecco com'era il suo Gentle: un uomo conosciuto dai portieri di ogni club e di ogni albergo esclusivo della città, che, dopo dieci anni di vita intensa, era sopravvissuto ai danni di ogni eccesso; che era ancora lucido, ancora bello, ancora vivo. E questo stesso uomo, questo Gentle, le diceva di essere innamorato di lei, e metteva insieme le parole in modo tanto perfetto che lei non badava più a quanto sentiva dagli altri, ma solo a quello che lui le diceva.

Avrebbe potuto continuare ad ascoltarlo in eterno solo in virtù della passione che era in lei, e che era poi la leggenda che lei inseguiva. Una cosa volatile, pronta a fermentare in Jude senza che neppure se ne rendesse conto. Ecco com'era andata con Gentle. Dopo sei mesi dall'inizio della loro relazione, aveva cominciato a chiedersi, avvolgendosi nel suo stesso amore, come un uomo la cui storia era un susseguirsi di infedeltà, potes.se aver cambiato vita; e questo solo pensiero ammetteva la possibilità che così non fosse. In realtà non aveva motivi per sospettare di lui. In certi momenti la sua devozione era quasi ossessiva, come se vedesse in lei una donna che nemmeno Jude conosceva, una vecchia amica del cuore. Iniziò a pensare di essere, a differenza di tutte le altre che lui aveva conosciuto, la donna che aveva cambiato la sua vita. Quando erano uniti tanto intimamente, come avrebbe potuto non accorgersi se lui la tradiva? Se ci fosse stata un'altra donna, se ne sarebbe subito resa conto. Ne avrebbe sentito il sapore sulla lingua di lui, o l'odore sulla pelle. Oppure, nelle sfumature delle loro effusioni. Ma lo aveva sottovalutato.

Quando, per puro caso, scoprì che non aveva un'altra donna ma addirittura due, le sembrò quasi di impazzire. Si mise a distruggere tutto quello che c'era nello studio, squarciando le sue tele, dipinte e no, poi rintracciò il colpevole e lo aggredì con una tale violenza da ridurlo letteralmente in ginocchio, facendogli temere per le palle.

La rabbia durò una settimana, passata la quale Jude rimase in totale silenzio per tre giorni; un silenzio interrotto da un dolore che non aveva mai provato prima. Se non fosse stato per un incontro fortuito con Estabrook che seppe riconoscere, nonostante il suo comportamento agitato e sconvolto, la donna che lei era in realtà, avrebbe anche potuto togliersi la vita.

Questa era la storia di Judith e Gentle: una storia quasi finita in tragedia e un matrimonio quasi finito in farsa.

 

Trovò Marlin già a casa, stranamente agitato.

"Dove sei stata?" volle sapere. "Sono le sei e trentanove."

Jude capì immediatamente che quello non era il momento di raccontargli quanto la sua visita a Bloomingdale le fosse costata in tranquillità. E allora mentì. "Non sono riuscita a trovare un taxi. Ho dovuto camminare."

"Se succede ancora, telefonami. Ti farò venire a prendere da una delle nostre limousine. Non voglio che cammini per la strada. Non è sicuro. Comunque siamo in ritardo. Dovremo mangiare dopo lo spettacolo."

"Quale spettacolo?"

"Lo show al Village di cui Troy ha continuato a chiacchierare per tutta sera, ieri, non ricordi? La Neonatività? Ha detto che non si era visto niente di più bello dopo Betlemme."

"È esaurito."

"Ho le mie conoscenze," disse lui, radioso.

"Andiamo stasera?"

"Se non muovi il culo, no."

"Marlin, a volte sei sublime," disse Jude liberandosi in fretta dei suoi pacchetti e correndo a cambiarsi.

"E per il resto del tempo?" le gridò dietro lui. "Sexy? Irresistibile? Scopabile?"

 

Se davvero si era procurato i biglietti per portarsela a letto, allora fu la sua stessa lussuria a farlo soffrire. Nascose la noia durante il primo atto, ma già durante l'intervallo era ansioso di essere altrove per reclamare il suo premio.

"Dobbiamo proprio restare fino alla fine?" le chiese mentre sorseggiavano un caffè nel piccolo foyer. "Voglio dire, non c'è nessun mistero da svelare. Il bambino nasce, cresce, e viene crocifisso."

"A me piace."

"Ma non ha senso," si lamentò lui, mortalmente serio. L'eclettismo dello spettacolo offendeva profondamente il suo razionalismo. "Perché gli angeli facevano del jazz?"

"Chi può dire cosa fanno gli angeli?"

Marlin scosse la testa. "Non si capisce se è una commedia o una satira, o che cosa diavolo sia," disse. "Tu sai cos'è?"

"Io trovo che sia molto divertente."

"Allora vuoi restare?"

"Voglio restare."

La seconda parte fu ancora più bizzarra della prima e fece nascere in Jude il sospetto che la parodia, il pasticcio fossero una cortina fumogena creata dagli autori per nascondere l'imbarazzo della loro sincerità. Nel finale, mentre angeli alla Charlie Parker gemevano sul tetto della stalla e Babbo Natale canticchiava vicino alla mangiatoia, lo spettacolo degenerò in un sofisticato puttanaio. Ma anche questo era stranamente commovente. Il bambino era nato, La luce, sebbene accompagnata da elfi che ballavano il tip tap, era tornata nel mondo.

Quando uscirono, nevischiava.

"Freddo, freddo, freddo," disse Marlin, "Sarà meglio che vada in bagno."

Tornò dentro e si unì alla coda per la toilette, lasciando Judith sulla porta a osservare le gocce di neve sciolta che passavano attraverso la luce dei lampioni. Il teatro non era grande, e la folla uscì in pochi minuti, ombrelli alzati e teste abbassate, sparpagliandosi nel Village alla ricerca delle auto o di un luogo dove ristorare l'organismo con qualche drink e giocare a fare i critici. La luce sopra l'ingresso principale era spenta, e dal teatro uscì un uomo delle pulizie, con un sacco di plastica nera e una scopa, che iniziò a spazzare il foyer, ignorando Jude che era l'ultima occupante visibile fino a che non la raggiunse, e le lanciò un'occhiata talmente carica di veleno da farle decidere di aprire l'ombrello e di aspettare sul marciapiede buio. Marlin ci stava mettendo parecchio tempo a svuotarsi la vescica. Jude si augurava soltanto che non si stesse facendo bello, lisciandosi i capelli e rinfrescandosi l'alito nella speranza di portarsela a letto.

La prima cosa che la fece pensare a un'aggressione fu un movimento colto con la coda dell'occhio. Una forma indistinta che le si avvicinava velocemente attraverso il nevischio sempre più fitto. Allarmata, si girò verso il malintenzionato. Ebbe il tempo di riconoscere il tipo della Terza Avenue, poi l'uomo fu su di lei.

Jude aprì la bocca per gridare, girandosi e tentando di rientrare nel teatro. L'uomo delle pulizie era scomparso come il suo grido, bloccatole in gola dalle mani dell'estraneo. Erano mani esperte. Facevano male, e le toglievano il respiro. Venne colta dal panico; fu picchiata; ruzzolò. L'uomo la prese di peso, controllando i suoi movimenti. Judith, disperata, lanciò l'ombrello nel foyer, sperando che al botteghino ci fosse qualcuno, a lei invisibile, che sarebbe stato avvertito del pericolo in cui si trovava. Poi venne strappata dall'ombra verso un luogo ancora più buio, e si rese conto che era già troppo tardi. Aveva il capogiro; le sue membra, pesanti, non rispondevano più. Nell'oscurità, il volto del suo assassino era diventato di nuovo una visione sfocata, con due buchi neri che la trafiggevano. Cadde verso di loro, augurandosi di avere l'energia restante per distogliere lo sguardo da quella vacuità, ma quando lui le si avvicinò una piccola luce colpì la guancia dell'uomo e lei vide, o pensò di vedere, delle lacrime, versate da quegli occhi scuri. Poi la luce sparì, non solo da quella guancia ma dal resto del mondo. E mentre tutto attorno a lei scivolava via, Jude poté solo attaccarsi al pensiero che in qualche modo il suo assassino la conosceva.

"Judith?"

Qualcuno la stava sorreggendo. Qualcuno la stava chiamando. Non l'assassino, ma Marlin. Jude si abbandonò tra le sue braccia, intravedendo confusamente l'aggressore che attraversava correndo il marciapiede, inseguito da un altro uomo. Il suo sguardo tornò su Marlin, che le stava chiedendo se stava bene, poi di nuovo sulla strada quando, in uno stridio di freni, il mancato assassino venne investito in pieno da un'auto in corsa che girò su se stessa con le ruote bloccate e slittò lungo la strada resa scivolosa dal nevischio, scagliando il corpo dell'uomo dal cofano su un'altra auto parcheggiata. L'inseguitore si gettò di lato, mentre il veicolo, salito sul marciapiede, si schiantò contro un lampione.

Jude alzò il braccio cercando un ulteriore appoggio oltre a Marlin e le sue dita trovarono il muro. Ignorando il consiglio di rimanere ferma, si alzò e, incespicando, si mosse verso il punto in cui il suo assassino era caduto. Mentre veniva aiutato a uscire dalla vettura, il conducente vomitò una serie di bestemmie. Altre persone stavano arrivando sulla scena che ormai si andava affollando, ma Jude ignorò i loro sguardi e attraversò la strada, con Marlin al fianco. Era decisa a raggiungere quel corpo prima di chiunque altro. Voleva vederlo prima che venisse toccato; voleva incrociare i suoi occhi aperti e fissare la sua espressione cadaverica; conoscerlo, per ricordarselo.

Trovò prima il sangue, sparso nella neve sciolta sotto ai piedi, e poi, un po' più in là, l'assassino, ridotto a un ammasso informe. Quando fu a pochi metri da lui, comunque, un brivido percorse la schiena del corpo inerme che si girò su se stesso, voltando il viso verso la luce. Poi, per quanto potesse sembrare impossibile, dato il colpo che aveva ricevuto, la forma iniziò ad alzarsi. Judith vide che era insanguinata, ma si accorse anche che era ancora essenzialmente integra. Non è umano, pensò, quando lo vide eretto; qualunque cosa sia, non è umano. Dietro a lei, Marlin emise un gemito di raccapriccio, e una donna per strada gridò. Lo sguardo dell'uomo andò alla donna che urlava, vagò per un istante nel vuoto, poi tornò su Jude.

Non era più un assassino. Né Gentle. Se aveva un io, forse era la sua faccia: rotta da ferite e dubbi; penosa; smarrita. Jude vide le sue labbra aprirsi e chiudersi, mentre cercava di parlarle. Poi Marlin fece un movimento per catturarlo, e la forma corse via. Che dopo un incidente del genere le sue membra fossero ancora in grado di muoversi era già un miracolo, ma come se non bastasse sparì a una velocità tale che Marlin non poteva sperare di raggiungerlo. Fece il gesto di inseguirlo, ma rinunciò al primo incrocio, tornando senza fiato da Jude.

"Droga," commentò, chiaramente irritato per aver perso la sua occasione eroica. "Quel fottuto è fatto. Non sente alcun dolore. Aspetta che gli passi e cascherà steso. Stronzo! Come faceva a conoscerti?"

"Mi conosceva?" chiese lei, con il corpo che ancora le tremava tutto, mentre il sollievo per averla scampata e il terrore la fecero scoppiare in lacrime.

"Ti ha chiamata Judith," disse Marlin.

Jude rivide l'immagine delle labbra dell'assassino che si aprivano e chiudevano, e vi lesse le sillabe del suo nome.

"Droga," stava dicendo di nuovo Marlin, e lei non sprecò parole per contraddirlo, anche se era sicura che si sbagliava. L'unica droga nell'organismo dell'assassino era stata la volontà, e quella non l'avrebbe abbandonato, né quella notte né mai.

 

4

 

I

 

Undici giorni dopo aver portato Estabrook all'accampamento di Streatham, Chant si rese conto che avrebbe presto ricevuto visite. Viveva da solo, in modo anonimo, nel monolocale di un palazzo che presto sarebbe stato dichiarato inabitabile, vicino a Elephant and Castle, un recapito che non aveva dato a nessuno, nemmeno al suo padrone. Non che i suoi inseguitori potessero essere sviati da una segretezza tanto insignificante. A differenza dell'homo sapiens, la specie che il suo maestro Sartori, morto ormai da tempo, aveva voluto chiamare il bocciolo dell'albero della scimmia, quelli come Chant, non potevano nascondersi agli agenti dell'oblio semplicemente chiudendo una porta e tirando le tende. Erano come richiami per coloro che li braccavano.

Per gli uomini le cose erano molto più facili. Le creature che un tempo si erano nutrite di loro erano ora esemplari da zoo, che rimuginavano dietro le sbarre per divertire la scimmia vittoriosa. Queste scimmie non riuscivano a comprendere quanto si trovassero vicine a uno stato in cui le bestie fameliche dell'infanzia della Terra sarebbero risultate più che pulci. Quello stato veniva chiamato In Ovo e al di là di esso si trovavano quattro mondi, i cosiddetti Domini Riconciliati. Essi pullulavano di meraviglie: individui a cui erano stati donati attributi tali che li avrebbero portati nella terra, il Quinto Dominio, alla santità o al rogo, o a entrambe le cose; culti ossessionati da segreti che avrebbero invertito in un attimo i dogmi della fede e della fisica; una bellezza che poteva accecare il sole, o far sognare alla luna la fertilità. Tutto ciò, separato dalla Terra Quinto Dominio non riconciliato per mezzo dell'abisso dell'In Ovo.

Non era, naturalmente, un viaggio impossibile da fare. Ma il potere di farlo, che con tono sprezzante veniva solitamente chiamato magia, era diminuito nel Quinto da quando Chant era arrivato la prima volta. Aveva visto erigere contro di esso, mattone su mattone, le mura della ragione. Aveva visto perseguitare e deridere chi lo praticava; aveva visto le teorie magiche decadere e trasformarsi in parodia; aveva visto cadere nel dimenticatoio il loro scopo. Il Quinto stava soffocando le sue stesse certezze e, anche se non gli piaceva l'idea di morire, non avrebbe rimpianto il fatto di abbandonare questo Dominio duro e prosaico.

Chant andò alla finestra e guardò in basso, verso i cinque piani inferiori, nel cortile. Era vuoto. Aveva ancora alcuni minuti per redigere la sua missiva a Estabrook. Tornò al tavolo e la ricominciò per la nona o decima volta. Erano tante le cose che voleva comunicare, ma sapeva che Estabrook ignorava nel modo più assoluto quanto la sua famiglia, di cui aveva abbandonato il nome, fosse coinvolta nel destino dei Domini. Ormai però era troppo tardi per erudirlo. Un avviso sarebbe dovuto bastare. Ma come fare perché non suonasse come il vaneggiamento di un pazzo? Ricominciò, descrivendo i fatti il più chiaramente possibile, anche se dubitava che quelle parole avrebbero salvato la vita di Estabrook. Se le forze che si aggiravano furtivamente per il mondo quella notte lo volevano uccidere, niente, oltre all'intervento dell'Imperscrutato Stesso, Hapexamendios, l'onnipotente inquilino del Primo Dominio, avrebbe potuto salvarlo.

Scritto il biglietto, Chant se lo mise in tasca e si diresse fuori, al buio. Appena in tempo. Nella gelida quiete udì un motore troppo silenzioso per appartenere a qualcuno della zona, sbirciò oltre il parapetto e vide gli uomini uscire dall'auto in basso. Non dubitò che fossero venuti a cercare lui. Gli unici veicoli tanto puliti che aveva visto da quelle parti erano carri funebri. Si maledisse. La stanchezza lo aveva impigrito: aveva permesso che i suoi nemici gli arrivassero pericolosamente vicini.

Scese le scale sul retro quasi carponi contento per una volta che sui pianerottoli ci fossero soltanto poche luci funzionanti mentre i suoi visitatori si dirigevano verso l'entrata principale. Passando davanti agli appartamenti, udì suoni di vita: canzoni natalizie alla radio, litigi, un bambino che rideva e che subito dopo si mise a piangere, quasi avvertisse l'avvicinarsi del pericolo. Chant non conosceva nessuno dei suoi vicini se non per qualche occhiata furtiva dalla finestra, e ora, anche se era troppo tardi per cambiare le cose, se ne pentì.

Raggiunse il piano terreno sano e salvo e, scartando l'idea di recuperare la sua auto in cortile, si diresse verso la strada più trafficata a quell'ora di notte, cioè Kennington Park Road. Con un po' di fortuna avrebbe trovato un taxi, anche se non era facile. In quella zona era più difficile trovare ch'enti che a Covent Garden o Oxford Street, ed era più probabile che fossero turbolenti. Lanciò un'ultima occhiata al palazzo, poi girò i tacchi verso la fuga.

 

II

 

Anche se è noto che la luce del giorno rivela al pittore gli errori più appariscenti delle sue opere, Gentle preferiva lavorare di notte. Nella settimana in cui aveva ripreso a frequentare il suo studio, esso si era ritrasformato in posto di lavoro: l'aria pungente per l'odore di vernice e trementina, i mozziconi di sigaretta lasciati su tutti gli scaffali e i piatti disponibili. Anche se aveva parlato ogni giorno con Klein, non aveva ancora avuto nessuna commissione, e aveva perciò trascorso il tempo a rieducarsi. Come aveva crudelmente osservato Klein, egli era un tecnico privo di ispirazione, e ciò rendeva difficili quei giorni di tentennamenti. Fino a quando non trovava uno stile da imitare si sentiva indolente, come un moderno Pigmalione, nato con il potere di dare la vita ma privo di soggetti. Si impose perciò un esercizio: avrebbe dipinto una tela in quattro stili radicalmente diversi: un cubista a nord, un impressionista a sud, a est uno stile Van Gogh, a ovest un Dalf. Come soggetto prese la Cena di Emmaus di Caravaggio. La sfida rappresentava per lui una sana distrazione, ed era ancora in piena attività alle tre e mezzo del mattino, quando suonò il telefono. La linea era disturbata, e la voce all'altro capo era roca e piena di dolore ma, senza dubbio, era quella di Judith.

"Sei tu,Gentle?"

"Sono io." Era felice che la linea fosse così disturbata. Il suono della sua voce lo aveva scosso, e non voleva che lei lo sapesse. "Da dove chiami?"

"New York. Sono qui in visita per un paio di giorni."

"Sono contento di sentirti."

"Non so perché sto chiamando. Solo che oggi è stato un giorno strano e ho pensato che forse... oh." Tacque. Rise tra sé, forse era un po' ubriaca. "Non so cosa pensavo," continuò. "È stupido. Mi dispiace."

"Quando ritorni?"

"Non so neanche questo."

"Potremo vederci?"

"Non credo, Gentle."

"Solo per parlare."

"Le interferenze aumentano. Mi dispiace di averti svegliato."

"Non mi hai svegliato..."

"Copriti, eh?"

"Judith..."

"Scusami, Gentle."

La linea cadde. Ma l'acqua attraverso la quale aveva parlato continuò a gorgogliare, simile al rumore che si sente in una conchiglia. Non era proprio l'oceano, naturalmente; solo un'illusione. Gentle abbassò il ricevitore, e sapendo che ora non avrebbe più potuto dormire schiacciò fuori dai tubetti dei vermi brillanti di colore fresco con cui lavorare e si rimise all'opera.

 

III

 

Fu il fischio dall'oscurità dietro di lui ad avvertire Chant che la sua fuga non era passata inosservata. Non era un fischio proveniente da labbra umane, ma uno strillo agghiacciante da scotennato che egli aveva udito una volta soltanto nel Quinto Dominio, quando, circa duecento anni prima, il suo padrone di allora, il Maestro Sartori, aveva evocato (con la magia) dall'In Ovo un demone che aveva fatto un fischio simile. Aveva iniettato lacrime di sangue negli occhi di chi lo aveva chiamato, obbligando Sartori a rinunciare in gran fretta. Più tardi Chant e il Maestro avevano parlato/dell'accaduto, e Chant aveva identificato la creatura. Era nota nei Domini Riconciliati come un evacuatore, un esemplare di una specie brutale che infestava i deserti a nord della via di Lenten. Potevano presentarsi sotto molte forme, essendo composti di desiderio collettivo, fatto che sembrava commuovere profondamente Sartori.

"Ne devo evocare un altro," aveva detto, "e parlare con lui," e Chant aveva risposto che, se avessero dovuto tentare una tale evocazione, la prossima volta avrebbero dovuto essere preparati, perché gli evacuatori erano letali, e potevano essere sottomessi soltanto da Maestri dotati di poteri straordinari. La progettata evocazione non aveva mai avuto luogo. Sartori era scomparso poco tempo dopo. In tutti gli anni seguenti Chant si era chiesto se dovesse fare un nuovo tentativo, e così magari cadere vittima dell'evacuatore. Forse per mano della stessa creatura che lo seguiva ora? Anche se Sartori era scomparso duecento anni prima, le vite degli evacuatori, come quelle di tante specie negli altri Domini, erano più lunghe di quelle dei più longevi tra gli esseri umani.

Chant lanciò un'occhiata alle proprie spalle. Colui che aveva fischiato era ora visibile. Il suo aspetto era perfettamente umano: indossava un elegante abito grigio con cravatta nera, teneva il colletto alzato contro il freddo e le mani in tasca. Non correva, ma camminava pigramente avvicinandosi, e continuava a fischiare, confondendo i pensieri di Chant e facendolo inciampare. Mentre si voltava, il secondo dei suoi inseguitori gli comparve davanti, ed estrasse la mano dalla tasca. Una pistola? No. Un coltello? No. Qualcosa di minuscolo come una pulce strisciò nel palmo dell'evacuatore. Chant non era ancora riuscito a metterlo a fuoco che gli saltò addosso. Provando una profonda repulsione, Chant alzò il braccio per tenerlo lontano dagli occhi o dalla bocca, e la pulce gli atterrò sulla mano. Tentò di colpirla con l'altra mano, ma la pulce gli fu sotto l'unghia del pollice prima che potesse raggiungerla. Chant alzò il braccio per osservare il movimento della carne nel pollice, e strinse con l'altra mano la base del dito, sperando di fermarne l'avanzata, ansimando come se fosse stato immerso in acqua ghiacciata. Il dolore era completamente sproporzionato alle dimensioni dell'acaro, ma egli bloccò saldamente sia il pollice sia i singhiozzi, deciso a non perdere tutta la dignità davanti ai suoi carnefici. Barcollò poi dal marciapiede verso la strada, gettando un'occhiata verso le più vivaci luci dell'incrocio. Quale tipo di salvezza potessero offrire non avrebbe saputo dirlo, ma se la situazione fosse peggiorata Chant si sarebbe gettato sotto un'auto, negando agli evacuatori lo spettacolo della sua morte lenta.

Ricominciò a correre, continuando a stringere la mano. Questa volta non si guardò indietro. Non era necessario. Il fischio scomparve, sostituito dal ronfo di un'auto. Usando tutta l'energia rimastagli si mise a correre, e raggiunse la strada illuminata, trovandola però deserta. Girò a nord, passando davanti alla stazione della metropolitana verso Elephant and Castle. Guardò indietro, e vide l'auto che continuava a seguirlo. C'erano tre occupanti. Gli evacuatori, e un altro, seduto nel sedile posteriore. Gemendo senza più fiato, continuò a correre, e Dio, ti ringrazio! un taxi apparve dietro l'angolo seguente con la luce gialla accesa a indicare che era libero. Nascose il più possibile il dolore, sapendo che se l'autista avesse pensato che era ferito avrebbe potuto decidere di proseguire, andò in strada e alzò la mano per fare segno al tassista. Nel farlo, staccò le mani, e l'acaro ne approfittò immediatamente, salendo verso il polso. Ma il veicolo rallentò.

"Dove andiamo, amico?"

Si stupì di se stesso per la risposta: infatti, non diede l'indirizzo di Estabrook, ma di un luogo completamente diverso.

"Clerkenwell," disse. "Gamut Street."

"Non lo conosco," disse il tassista, e per un momento Chant pensò che non lo avrebbe preso a bordo.

"Le darò io le indicazioni," disse.

"Allora salga."

Chant salì, sbattendo la portiera del taxi con grande soddisfazione e, appena seduto, l'auto prese velocità.

Perché aveva detto Gamut Street? Non c'era niente lì che potesse guarirlo. Niente poteva. La pulce o qualunque frutto dell'evoluzione della specie fosse quello che si muoveva dentro di lui aveva raggiunto il gomito, e il braccio era reso completamente insensibile dal dolore, e la pelle della mano raggrinzita e squamata. Ma la casa in Gamut Street era stata un tempo luogo di miracoli. Uomini e donne dai grandi poteri vi erano entrati, e forse vi avevano lasciato qualche spettro in grado di salvarlo in extremis. Sartori gli aveva insegnato che nessuna creatura passava attraverso questo Dominio senza lasciare traccia, anche quelle minori: anche il bambino perito un attimo dopo aver aperto gli occhi, il bambino morto nell'utero, annegato nelle acque della madre, anche quella cosa senza nome veniva ricordata e aveva delle conseguenze. Perciò, quante altre cose poteva aver lasciato in Gamut Street colui che una volta era stato potente, grazie agli echi?

Il suo cuore stava palpitando, e il corpo era in preda all'agitazione. Temendo di perdere di lì a poco il controllo delle proprie facoltà, estrasse dalla tasca la lettera per Estabrook, e si piegò in avanti aprendo la finestrella che lo separava dall'autista.

"Quando mi avrà lasciato a Clerkenwell, vorrei che consegnasse una lettera per me. Sarebbe tanto gentile?"

"Mi spiace amico," disse l'autista. "Dopo questa corsa vado a casa. Ho una moglie che mi aspetta."

Chant frugò nella tasca interna ed estrasse il portafoglio, poi lo passò attraverso la finestrella, lasciandolo cadere nel sedile accanto al guidatore.

"Questo cos'è?"

"Sono tutti i soldi che ho. Questa lettera deve essere consegnata."

"Tutti i soldi che ha, eh?"

L'autista afferrò il portafoglio e lo aprì, guardando contemporaneamente il contenuto e la strada. "C'è un sacco di grana qui."

"Tienila. A me non serve."

"È malato?"

"Sono malato e stanco," disse Chant. "Prendila, no? Goditela."

"C'è una Daimler che ci sta seguendo. Qualcuno che conosce?"

Non aveva senso mentire. "Sì," disse Chant. "Immagino che non sia possibile distanziarli, vero?"

L'uomo si mise il portafoglio in tasca e premette il piede sull'acceleratore. Il taxi fece un salto in avanti come un cavallo da corsa al cancello della partenza, mentre la risata del fantino sovrastava il rumore gutturale del motore. Quale che fosse la sua motivazione, se il denaro o la sfida di seminare una Daimler, portò il taxi al massimo della velocità, rendendolo ben più veloce di quanto lasciasse supporre la sua massa. In meno di un minuto, dopo aver fatto due curve a gomito a sinistra e una stridente a destra, stavano rombando per una via laterale, tanto stretta che il minimo errore di calcolo avrebbe staccato maniglie, mozzi delle ruote e specchietti. La corsa nel labirinto non era ancora finita. Fecero un'altra curva, poi un'altra ancora, raggiungendo in breve tempo Southwark Bridge. A un certo punto persero di vista la Daimler.

Se Chant avesse avuto le mani in grado di funzionare avrebbe applaudito, ma il messaggio di corruzione della pulce si stava diffondendo con la velocità dell'agonia. Approfittò di avere ancora cinque dita in grado di muoversi per passare la lettera per Estabrook attraverso il finestrino, mormorando l'indirizzo con una lingua che sentiva deformata nella bocca.

"Cosa c'è che non va?" chiese l'autista. "Non sarà mica contagiosa 'sto cazzo di roba. Perché sennò..."

"No," rispose Chant.

"Sembra che lei stia di merda," disse l'autista guardando nello specchietto. "Sicuro di non voler andare in ospedale?"

"No. Gamut Street. Voglio Gamut Street."

"Da qui dovrà indicarmi la strada."

Le strade erano tutte cambiate. Gli alberi erano scomparsi; i filari abbattuti; l'austerità aveva sostituito l'eleganza, la funzionalità la bellezza; il nuovo il vecchio, per quanto il cambiamento non fosse stato vantaggioso. Era passato un decennio o più, da quando Chant era stato lì l'ultima volta. Che Gamut Street si fosse inabissata, e al suo posto fosse cresciuto un fallo d'acciaio?

"Dove siamo?" chiese all'autista.

"Clerkenwell. È qui che voleva andare, no?"

"Intendo il luogo preciso."

L'autista cercò un cartello, e lesse: "Flaxen Street. Le ricorda qualcosa?"

Chant scrutò fuori dal finestrino.

"Sì! Sì! Prosegua fino alla fine della via e giri a destra."

"Viveva da queste parti, non è vero?"

"Molto tempo fa."

"È una via che ha visto tempi migliori." Girò a destra. "E ora?"

"La prima a sinistra."

"Eccola qui," disse l'uomo. "Gamut Street. Che numero è?"

"Ventotto."

Il taxi accostò al marciapiede. Chant cercò la maniglia, aprì la portiera e cadde quasi per terra. Barcollando, si appoggiò alla portiera per chiuderla, e per la prima volta lui e l'autista si trovarono a faccia a faccia. A giudicare dallo sguardo di ripugnanza sul viso dell'uomo, qualunque fosse il danno che la pulce stava infliggendo al suo organismo, esso doveva essere orribilmente evidente.

"Consegnerà la lettera?" disse Chant.

"Può fidarsi di me, amico."

"Quando lo avrà fatto, dovrebbe andare a casa," continuò Chant. "Dica a sua moglie che l'ama e reciti una preghiera di ringraziamento."

"Per cosa?"

"Perché è umano," disse Chant.

L'autista non fece domande su questa piccola stranezza.

"Come vuole lei, amico," rispose. "Darò una botta alla signora, e ringrazierò allo stesso tempo, che ne dice? E lei non faccia niente che non farei anch'io, d'accordo?"

Dopo questo consiglio partì, lasciando il suo passeggero nel silenzio della strada.

Chant scrutò l'oscurità con occhi sempre più deboli. Le case, costruite a metà del secolo di Sartori, sembravano per lo più abbandonate. Ma, del resto, Chant sapeva che i luoghi sacri - e Gamut Street era sacra, a modo suo - sopravvivevano perché passavano inosservati, pur restando sótto gli occhi di tutti. Bruniti dalla magia, essi suggivano al malocchio e trovavano alleati involontari in uomini e donne che, inconsapevolmente, ne riconoscevano la santità; divenivano santuari per una piccola minoranza segreta.

Chant salì i tre gradini fino alla porta e la spinse, ma era chiusa a chiave, perciò andò alla finestra più vicina. Era circondata da uno sporco strato di ragnatele, ma non aveva tende. Avvicinò il viso al vetro. Nonostante gli occhi sempre più deboli, il suo sguardo era comunque più acuto di quello della scimmia evoluta. La stanza in cui stava guardando era priva di ogni sorta di mobili e di ornamenti; se qualcuno aveva occupato questa casa dai tempi di Sartori (e certamente essa non era rimasta vuota per duecento anni) se ne era andato portando con sé ogni traccia della sua presenza. Chant alzò il braccio buono e colpì il vetro con il gomito, un solo colpo che mandò in frantumi la finestra. Poi, incurante dei danni che si procurava, si issò sul davanzale, abbatté il resto dei pezzi di vetro con la mano e si lasciò cadere nella stanza.

Ricordava ancora chiaramente la piantina della casa. Nei suoi sogni veniva trasportato per quelle stanze, e udiva la voce del Maestro chiamarlo dall'alto delle scale, su! su!, fino alla stanza in alto dove Sartori svolgeva il suo lavoro. Era lì che Chant voleva andare adesso, ma a ogni momento che passava il suo corpo mostrava nuovi segni di atrofia. La mano assalita per prima dalla pulce era avvizzita, le unghie cadute, l'osso ormai visibile sulle nocche e sul polso. Sapeva di essere ugualmente disfatto sotto la giacca, dal torace sino al fianco; sentiva i pezzi della sua carne che cadevano dentro la camicia mentre si muoveva. Non si sarebbe mosso ancora a lungo. Le gambe lo reggevano con difficoltà sempre maggiore, e i suoi sensi erano quasi inesistenti. Come un uomo in procinto di essere abbandonato dai figli, egli pregò mentre saliva le scale: "State con me. Solo un altro po'. Per favore..."

Le sue preghiere lo portarono fino al primo pianerottolo, ma poi le gambe gli cedettero e dovette arrampicarsi aiutandosi con il braccio buono.

Era a metà dell'ultima rampa quando, proveniente dalla strada, udì il fischio degli evacuatori, il loro strepito penetrante e inconfondibile. Lo avevano trovato prima di quanto si aspettasse, fiutandolo attraverso le strade buie. La paura di vedersi negare la vista del santuario in cima alle scale lo spinse a proseguire, mentre il suo corpo faceva del suo meglio per accontentarlo.

Udì dal piano sottostante il rumore della porta che veniva forzata. Poi ancora il fischio, più intenso di prima, mentre i suoi inseguitori entravano in casa. Iniziò a maledire le proprie membra, con la lingua che a malapena riusciva ancora a formare le parole.

"Non mi abbandonate! Muovetevi, vi prego. Funzionate!"

Ed esse obbedirono. Scalò gli ultimi gradini come uno spastico, ma quando raggiunse la sommità delle scale udì i passi degli evacuatori da basso. Era buio, anche se non sapeva quanto fosse dovuto alla cecità e quanto alla notte. Non aveva alcuna importanza. Il tragitto fino alla porta del santuario gli era familiare quanto le membra che aveva perduto. Strisciò sulle mani e sulle ginocchia lungo il pianerottolo, e le vecchie tavole scricchiolarono sotto il suo peso. Lo assalì una paura improvvisa: che la porta fosse chiusa, e che anche gettandosi contro di essa la sua debolezza non gli permettesse di entrare. Cercò di raggiungere la maniglia, l'afferrò, tentò di girarla, fallì, tentò ancora e questa volta cadde con il viso sul pavimento oltre la soglia, mentre la porta si apriva.

All'interno c'era cibo per i suoi occhi febbricitanti. Raggi di luce penetravano dai lucernari nel tetto. Anche se aveva confusamente pensato che fosse stato il sentimento a riportarlo lì, ora comprese che non era così. Tornando alla stanza dalla quale aveva gettato il suo primo sguardo sul Quinto Dominio, aveva completato il suo ciclo. Quella era la sua culla, la stanza in cui era stato istruito. Lì aveva fiutato per la prima volta l'aria dell'Inghilterra, la fresca aria d'ottobre; lì aveva per la prima volta mangiato, bevuto; per la prima volta aveva avuto ragione di ridere e, più tardi, di piangere. A differenza delle stanze inferiori, il cui vuoto era un segno di abbandono, quello spazio era sempre stato poco arredato, e a volte completamente vuoto. Lì aveva ballato con quelle stesse gambe che ora giacevano morte sotto di lui, mentre Sartori gli diceva che intendeva impossessarsi di questo Dominio disgraziato e costruirvi nel mezzo una città che avrebbe fatto invidia a Babilonia; aveva ballato per pura esuberanza, sapendo che il suo Maestro era un grand'uomo, che aveva il potere di cambiare il mondo.

Ambizioni perdute; tutte perdute. Prima che ottobre fosse diventato novembre, Sartori se ne era andato, scomparso nella notte, o assassinato dai suoi nemici. Se ne era andato, e aveva lasciato il suo servo in difficoltà, in un città che quasi non conosceva. Quanto aveva desiderato tornare alla volta eterea dalla quale era stato convocato, per liberarsi del corpo che Sartori gli aveva coagulato addosso, e per andarsene da questo Dominio. Ma l'unica voce in grado di ordinare una tale liberazione era quella che l'aveva evocato, e la scomparsa di Sartori lo aveva esiliato sulla terra per sempre. Non aveva odiato il suo evocatore per questo. Sartori era stato indulgente nelle settimane che avevano trascorso insieme. Se fosse apparso adesso, nella stanza illuminata dalla luna, Chant non lo avrebbe accusato di negligenza, ma gli avrebbe tributato i dovuti inchini e sarebbe stato felice di essere tornato sotto il suo influsso.

"Maestro..." mormorò, con la faccia sulle tavole ammuffite.

"Non è qui," disse una voce dietro di lui. Chant sapeva che non era uno degli evacuatori. Loro sapevano fischiare, ma non parlare. "Tu eri la creatura di Sartori, non è vero? Non me lo ricordo."

Chi parlava sembrava preciso, cauto e presuntuoso. Non essendo in grado di girarsi, Chant dovette attendere che l'uomo si ergesse davanti al suo corpo sdraiato per poterlo vedere. Sapeva bene di non dover giudicare dalle apparenze. L'uomo davanti a lui aveva un aspetto decisamente umano, ma parlava di cose alle quali pochi umani hanno accesso. La sua faccia era come un formaggio troppo maturo, le guance cascanti e le rughe di stanchezza intorno agli occhi, l'espressione tragicomica. La sciocca vanità della sua voce compariva anche nel viso e nel modo studiato in cui si umettava con la lingua le labbra superiori e inferiori prima di parlare, e nel modo in cui univa le dita delle mani mentre giudicava l'uomo distrutto ai suoi piedi. Indossava un completo con gilè di ottimo taglio, di una stoffa color crema d'albicocca. Chant avrebbe voluto rompere il naso di quel bastardo, non foss'altro per sporcargli di sangue il vestito.

"Non ho mai conosciuto Sartori," disse l'uomo. "Cosa ne è stato di lui?" Si abbassò davanti a Chant e improvvisamente lo afferrò per i capelli. "Ti ho chiesto cosa è successo al tuo Maestro," disse. "A proposito, io sono Dowd. Tu non hai mai conosciuto il mio maestro, Lord Godolphin, e io non ho mai conosciuto il tuo."

"Sei stato... sei stato tu a mandarlo da me?"

"Capirei meglio se tu fossi più preciso."

"Estabrook."

"Oh, sì. Lui."

"Sei stato tu. Perché?"

"È un affare complicato, colombella," disse Dowd. "Ti racconterei tutta l'amara storia, ma tu non hai il tempo di ascoltare e io non ho la pazienza di spiegare. Sapevo di un uomo che aveva bisogno di un assassino. E sapevo di un altro uomo che se ne poteva occupare. Diciamo così."

"Ma come hai fatto a sapere di me?"

"Tu non sei mai stato discreto," rispose Dowd. "Ti ubriachi al compleanno della Regina, e poi parli come un irlandese a una veglia. Carino, tutto questo attira l'attenzione presto o tardi."

"Una volta ogni tanto..."

"Lo so, diventi malinconico. Succede a tutti, carino, a tutti. Ma alcuni di noi piangono in privato, e altri," lasciò cadere la testa di Chant "danno un fottuto spettacolo di se stessi. La cosa non è priva di conseguenze, carino, Sartori non te l'ha detto? Ci sono sempre delle conseguenze. Ad esempio, hai messo in moto qualcosa, con questa faccenda Estabrook, e io dovrò controllarlo attentamente, o prima di rendercene conto ci saranno delle crepe, che si diffonderanno nell'Imagica."

"...l'Imagica..."

"Esatto. Da qui ai margini del Primo Dominio. Nella regione dell'Imperscrutato Stesso."

Chant iniziò ad ansimare e Dowd, rendendosi conto di aver colpito nel segno, si chinò verso la sua vittima.

"Noto in te una certa ansietà," disse. "Hai paura di entrare nella gloria del nostro Signore Hapexamendios?"

La voce di Chant era rotta adesso. "Sì..." mormorò.

"Perché?" volle sapere Dowd. "Per i tuoi crimini?"

"Sì."

"Quali sono i tuoi crimini? Dimmeli. Tralascia pure le piccole cose. Quelle veramente vergognose basteranno."

"Ho avuto dei rapporti con un Eurhetemec."

"Davvero?" disse Dowd. "Sei riuscito a tornare a Yzordderrex?"

"Non è stato necessario," rispose Chant. "I miei rapporti... sono avvenuti qui nel Quinto."

"Davvero?" disse dolcemente Dowd. "Non sapevo che ci fossero degli Eurhetemec qui. Si impara qualcosa di nuovo ogni giorno. Ma, caro, questo non è un crimine importante. L'Imperscrutato perdonerà una piccola disobbedienza venerea come questa. A meno che..." Tacque un attimo, esaminando una nuova possibilità, "A meno che l'Eurhetemec fosse un mystif..." Rifletté sulla cosa, ma Chant rimase in silenzio, "Oh, amor mio," disse Dowd. "Non lo era, è vero?" Un'altra pausa, "Oh, lo era, Lo era." Sembrava quasi incantato. "C'è un mystif nel Quinto, e poi? Sei innamorato di lui? Farai meglio a dirmelo, prima di non avere più fiato, carino. Tra pochi minuti la tua anima eterna sarà in attesa davanti alla porta di Hapexamendios."

Chant rabbrividì. "L'assassino..." disse.

"L'assassino cosa?" fu la risposta. Comprendendo poi che cosa aveva appena udito, Dowd trasse un respiro lungo e lento, "L'assassino è un mystif?" disse.

"Sì."

"Oh, perdio!" esclamò, "Un mystif!" Adesso l'incanto era sparito dalla sua voce. Era dura e secca. "Lo sai di cosa sono capaci? Gli inganni di cui dispongono? Tutto questo non doveva essere altro che una stronzata di ordinaria amministrazione e guarda invece cos'hai fatto!" La sua voce si raddolcì nuovamente. "Era bello?" chiese. "No, no. Non me lo dire. Lasciami la sorpresa, per quando lo vedrò in faccia." Si rivolse agli evacuatori. "Tirate su questo coglione."

Essi si avvicinarono, e sollevarono Chant per le braccia rotte. Non aveva più forza nel collo, e la testa gli cadde in avanti, mentre un consistente flusso di fluido biliare gli usciva da naso e bocca. "Con quale frequenza la tribù degli Eurhetemec produce un mystif?" rifletté Dowd, quasi parlando tra sé. "Ogni dieci anni? Ogni cinquanta? Sono molto rari. Ed eccoti qua che assumi allegramente una di queste piccole divinità come assassino. Ma pensa! È penoso pensare che sia potuto cadere così in basso. Devo chiedergli come è potuto succedere..." Avanzò verso Chant, e diede ordine a uno degli evacuatori di sollevargli la testa prendendogliela per i capelli. "Ho bisogno di sapere dove si trova il mystif," disse Dowd, "e il suo nome."

Chant singhiozzò, soffocato dalla bile. "Per favore..." disse "... io non... io... non..."

"Sì, sì. Non volevi fare del male. Stavi solo facendo il tuo dovere. L'Imperscrutato ti perdonerà, te lo garantisco. Ma il mystif, carino... E necessario che tu me ne parli. Dove posso trovarlo? Dimmi solo questo, e non dovrai più pensarci. Ti presenterai all'Imperscrutato puro come un bambino."

"Davvero?"

"Davvero. Fidati di me. Dimmi solo il suo nome e dove posso trovarlo."

"Nome... e... luogo."

"Esatto. Ma fallo, carino, prima che sia troppo tardi!"

Chant tirò un sospiro tanto profondo quanto i suoi polmoni disfatti glielo permisero. "Lo chiamano Pie'oh'pah," disse.

Dowd indietreggiò come se fosse stato schiaffeggiato. "Pie'oh'pah? Sei sicuro?"

"... Sono sicuro..."

"Pie'oh'pah è vivo? Ed Estabrook l'ha assunto?"

"Sì."

Dowd smise di fare l'imitazione di un Padre Confessore, e si pose mormorando una domanda che lo irritò. "Che cosa significa?" disse.

Chant emise un piccolo sospiro di dolore, mentre il suo organismo veniva devastato da ulteriori ondate di decomposizione. Rendendosi conto che era rimasto poco tempo, Dowd tornò a tormentare l'uomo.

"Dov'è il mystif? Presto! Muoviti!"

Il viso di Chant si stava ormai putrefacendo, i pezzi di carne avvizzita si staccavano dall'osso levigato. Quando rispose, lo fece con mezza bocca. Ma rispose comunque, per togliersi quel peso.

"Ti ringrazio," gli disse Dowd, quando ebbe avuto tutte le informazioni. "Ti ringrazio." Poi disse agli evacuatori, "Lasciatelo andare."

Gli evacuatori lasciarono cadere Chant senza tante cerimonie. Quando il poveretto colpì il pavimento la sua faccia si ruppe, e i pezzi macchiarono la scarpa di Dowd, che osservò con disgusto il pasticcio.

"Pulite," ordinò.

Gli evacuatori furono immediatamente ai suoi piedi, rimuovendo rispettosamente i frammenti di materia cerebrale dalle scarpe fatte a mano.

"Che cosa significa?" ripeté Dowd mormorando.

Lo svolgersi degli avvenimenti rivelava un certo sincronismo. L'anniversario della Riconciliazione avrebbe avuto luogo nell'Imagica di lì a sei mesi. In quel momento sarebbero stati duecento anni da quando il Maestro Sartori aveva tentato, fallendo, di eseguire il più grande atto di magia conosciuto in questo o in qualsiasi altro Dominio. I piani per la cerimonia erano stati fatti lì, al numero ventotto di Gamut Street, e il mystif, tra gli altri, era stato presente ai preparativi.

L'ambizione di quei giorni impetuosi si era trasformata in tragedia, naturalmente. I riti che intendevano sanare la spaccatura nell'Imagica, e realizzare la riconciliazione del Quinto Dominio con gli altri quattro, erano andati disastrosamente storti. Molti grandi maghi, sciamani e teologi erano stati uccisi. Determinati a impedire che una tale calamità si ripetesse ancora, alcuni dei sopravvissuti si erano riuniti per rimuovere dal Quinto tutte le conoscenze magiche. Ma per quanto lavorassero per cancellare il passato, la lavagna non poteva essere completamente pulita. Le tracce di ciò che era stato sognato e auspicato rimanevano; frammenti di poemi per l'Unione, scritti da uomini i cui nomi erano stati sistematicamente eliminati da ogni memoria. Fintanto che quei ricordi fossero rimasti, lo spirito della Riconciliazione sarebbe sopravvissuto.

Ma lo spirito non era sufficiente. Era necessario un maestro; uno stregone abbastanza presuntuoso da pensare di riuscire dove Christos e innumerevoli altri maghi, la maggior parte periti nel corso della storia, avevano fallito. Anche se questi erano tempi privi di gioia, Dowd non scattava la possibilità che un tale animo apparisse. Incontrava ancora, nella vita quotidiana, alcuni che sapevano guardare oltre i vuoti orpelli che distraevano le menti inferiori e che cercavano una rivelazione in grado di spazzare via la finzione, un'Apocalisse che avrebbe rivelato al Quinto le glorie a cui aspirava nel sonno.

Se stava per apparire un Maestro, comunque, doveva fare presto. Un altro tentativo di Riconciliazione non poteva essere pianificato in un sol giorno, e se il prossimo solstizio d'estate non fosse stato sfruttato, l'Imagica avrebbe trascorso altri due secoli divisa. Sarebbero bastati perché il Quinto Dominio si logorasse nella noia e nella frustrazione: la Riconciliazione non avrebbe mai avuto luogo.

Dowd scrutò le sue scarpe appena lucidate.

"Perfetto," disse. "Che è più di quello che si possa dire per il resto di questo mondo disgraziato."

Si diresse verso la porta. Gli evacuatori indugiarono vicino al corpo, abbastanza svegli da capire che avevano qualche compito da sbrigare su di esso. Ma Dowd li richiamò.

"Lo lasceremo qui," disse. "Chi lo sa? Potrebbe richiamare qualche fantasma."

 

5

 

I

 

Due giorni dopo la telefonata notturna di Judith - giorni in cui lo scaldabagno non aveva funzionato, lasciando a Gentle la possibilità di scegliere tra il fare il bagno in acque polari o il non farlo affatto (e lui aveva scelto la seconda) - Klein lo convocò a casa sua. Aveva buone notizie. Aveva sentito di un acquirente con appetiti che non potevano essere soddisfatti dai mercati convenzionali, e Klein gli aveva fatto credere di poter mettere le mani su qualcosa di interessante. Gentle aveva precedentemente ricreato con successo un Gauguin, un piccolo dipinto che era giunto sul libero mercato ed era stato consumato senza che fossero poste domande. Poteva farlo di nuovo? Gentle rispose che avrebbe fatto un Gauguin tanto perfetto che l'artista stesso avrebbe pianto se avesse potuto vederlo. Klein gli anticipò cinquecento sterline per pagare l'affitto dello studio, e gli affidò il lavoro, osservando soltanto che Gentle aveva un aspetto notevolmente migliore rispetto a prima, anche se piazzava molto di più.

Gentle non ci badò. Non fare il bagno per due giorni non era un inconveniente importante, se l'unica compagnia che aveva era se stesso; non radersi gli andava benissimo quando non c'era nessuna donna a lamentarsi per le irritazioni alla pelle. E aveva riscoperto il vecchio erotismo privato: sputo in mano e fantasia. Gli bastava. Ci si poteva abituare a vivere in questo modo; si poteva arrivare a piacersi con la pancia un po' abbondante, le ascelle sudate, e le palle anche. Fu verso il weekend che iniziò a desiderare un divertimento che non fosse la visione di se stesso nello specchio del bagno. L'anno precedente non c'era stato un venerdì o un sabato in cui non avesse un impegno sociale, in cui non si fosse mescolato agli amici di Vanessa. I loro numeri erano ancora sulla sua agenda, a una telefonata di distanza, ma era di gusti difficili quando si trattava di contatti. E per quanto lui potesse averla affascinata, quella gente era amica di lei e non sua, e si sarebbe inevitabilmente schierata dalla parte di Vanessa.

Quanto ai suoi amici (quelli che aveva avuto prima di Vanessa) erano per lo più scomparsi. Erano parte del suo passato e, come tanti altri ricordi, scivolosi. Mentre gente come Klein ricordava con precisione cristallina avvenimenti di trent'anni prima, Gentle aveva difficoltà a ricordare dove e con chi fosse anche soltanto dieci anni prima. Oltre quel periodo, la banca dati della sua memoria era vuota. Era come se la sua mente fosse programmata per mantenere, della sua storia, solo i dettagli che servivano a rendere plausibile il presente. Il resto non veniva considerato. Nascondeva questa strana fallibilità a quasi tutti quelli che conosceva, inventando i dettagli se ci veniva costretto. Non se ne preoccupava molto. Non sapendo cosa significasse avere un passato, non ne sentiva la mancanza. Deduceva inoltre, dai discorsi fatti con altri, che anche se essi parlavano con sicurezza della loro infanzia e adolescenza, la maggior parte di ciò che dicevano erano illazioni e congetture; il resto, pura invenzione.

Ma non era solo nella sua ignoranza. Judith gli aveva confidato di avere anche lei poco controllo sul passato, sebbene in quel momento fosse ubriaca, e avesse negato poi con forza quando lui, in seguito, aveva sollevato l'argomento. Perciò, tra amici persi e amici dimenticati, egli era molto solo quel sabato notte, e quando il telefono trillò rispose con una certa gratitudine.

"Qui Furie," disse. Si sentiva davvero come una Furia quella notte. C'era qualcuno in linea, ma non ebbe risposta. "Chi è?" chiese. Ancora silenzio. Irritato, riattaccò. Qualche secondo dopo, il telefono suonò ancora. "Chi diavolo è?" chiese di nuovo, e questa volta una voce maschile dall'accento impeccabile rispose, anche se con un'altra domanda.

"Sto parlando con John Zacharias?"

A Gentle non capitava spesso di sentirsi chiamare a quel modo.

"Chi parla?" ripeté.

"Ci siamo incontrati solo una volta. Lei probabilmente non si ricorda di me. Charles Estabrook."

Ci sono persone che rimangono impresse nella mente più a lungo di altre. Estabrook era una di queste. Era l'uomo che si era preso cura di Jude quando era andata in crisi. Un classico inglese purosangue, membro dell'aristocrazia minore, pomposo, supponente e....

"Mi farebbe molto piacere incontrarla, se è possibile."

"Penso che non abbiamo niente da dirci."

"Si tratta di Judith, signor Zacharias. Una questione su cui sono obbligato a mantenere il più stretto riserbo, ma che è, e non posso dirle quanto, della massima importanza."

La sintassi tortuosa rese brusco Gentle. "Sputi, allora," disse.

"Non al telefono. Mi rendo conto che questa richiesta viene senza preavviso, ma la prego di prenderla in considerazione."

"L'ho fatto. E la risposta è no. Non sono interessato a incontrarla."

"Nemmeno per esultare?"

"Per cosa?"

"Per il fatto che l'ho perduta," disse Estabrook. "Mi ha lasciato, signor Zacharias, proprio come ha lasciato lei. Trentatré giorni fa." La precisione di quel dato valeva più di qualsiasi discorso. Quello stava contando anche le ore oltre ai giorni. Forse anche i minuti. "Non deve venire a casa mia se non lo desidera. In effetti, per essere onesto, sarei più felice se non lo facesse."

Parlava come se Gentle avesse acconsentito all'incontro, cosa che lui, anche se non lo aveva ancora detto, avrebbe fatto.

 

II

 

Era crudele, ovviamente, far uscire qualcuno dell'età di Estabrook in una giornata fredda, e costringerlo ad arrampicarsi su per una collina, ma Gentle sapeva per esperienza che le soddisfazioni andavano colte di volta in volta, senza scrupoli. E Parliament Hill aveva un'ottima vista su Londra, anche in una giornata con le nuvole minacciose come quella. Il vento era frizzante, e come ogni domenica la collina ospitava gente con gli aquiloni, giocattoli come candele multicolori sospese nel cielo invernale. La salita tolse il fiato a Estabrook, ma egli sembrava contento che Gentle avesse scelto quel posto.

"Non salivo fin qui da anni. La mia prima moglie ci veniva a vedere gli aquiloni."

Estrasse una fiaschetta di brandy dalla tasca, offrendola prima a Gentle. Gentle declinò.

"In questi giorni il freddo rimane nelle ossa. Una delle punizioni dell'età. Devo ancora scoprirne i vantaggi. Lei quanti anni ha?"

Piuttosto che confessare di non saperlo, Gentle disse: "Quasi quaranta."

"Sembra più giovane. In effetti non è quasi cambiato da quando ci siamo incontrati. Se ne ricorda? All'asta? Lei era con lei. Io no. Era questo che ci divideva. Quel giorno la invidiai come non avevo mai invidiato nessuno; solo perché l'aveva al suo fianco. Più tardi, naturalmente, ho visto lo stesso sguardo sul viso di altri uomini..."

"Non sono venuto fin qui per sentire queste chiacchiere."

"No, me ne rendo conto. Mi è solo necessario per esprimerle quanto mi fosse preziosa. Considero gli anni che ho trascorso con lei come i migliori della mia vita. Ma, naturalmente, il meglio non può continuare per sempre, altrimenti come potrebbe essere il meglio?" Bevve ancora. "Lo sa, non parlava mai di lei," continuò. "Ho cercato di spingerla a farlo, ma diceva di averla completamente eliminata dalla sua mente. L'aveva dimenticata, ma non ha senso..."

"Io ci credo."

"Non lo faccia," disse velocemente Estabrook. "Lei era il suo colpevole segreto."

"Perché sta cercando di lusingarmi?"

"E la verità. L'amava ancora, e ha continuato a farlo per tutto il tempo che è stata con me. E per questo che siamo qui a parlare, adesso. Perché io lo so, e penso che lo sappia anche lei."

Non l'avevano ancora menzionata per nome, quasi come per un timore superstizioso. Lei era lei, la donna; un potere assoluto e invisibile. I suoi uomini sembravano avere i piedi sulla terraferma, ma in realtà volavano come aquiloni, legati alla realtà soltanto dal ricordo di lei.

"Ho fatto una cosa terribile, John," disse Estabrook. La fiaschetta era di nuovo alle sue labbra. Bevve diverse sorsate prima di chiuderla e metterla in tasca. "E me ne pento amaramente."

"Cosa?"

"Possiamo camminare un poco?" chiese Estabrook, guardando verso le persone che facevano volare gli aquiloni. Erano troppo distanti e troppo prese dal loro sport per stare a origliare, ma lui non se la sentiva di condividere il suo segreto e voleva porre un'ulteriore distanza tra la sua confessione e le orecchie di quella gente. Quando lo ebbe fatto, parlò in modo chiaro e semplice. "Non so quale pazzia mi abbia preso," disse, "ma poco tempo fa ho fatto un contratto con qualcuno per farla uccidere."

"Ha fatto cosa?"

"La spaventa?"

"Che cosa crede? Certo che mi spaventa."

"È la più alta forma di devozione, sa, voler porre fine all'esistenza di qualcuno, piuttosto che farlo continuare a vivere senza di te. E l'amore al grado più alto."

"È una oscenità."

"Oh sì, è anche quello. Ma io non potevo sopportare... proprio non potevo sopportare... l'idea che fosse viva e che io non fossi con lei..." La sua pronuncia stava ora peggiorando; le parole diventavano lacrime. "... Mi era tanto cara..."

I pensieri di Gentle tornarono al suo ultimo colloquio con Judith. La telefonata disturbata da New York, che si era conclusa con un niente da dire. Lei sapeva, in quel momento, che la sua vita era in pericolo? Se non lo sapeva allora, lo sapeva adesso? Mio Dio, era ancora viva? Afferrò il risvolto della giacca di Estabrook con la stessa forza con cui la paura si era impadronita di lui.

"Non mi avrà portato qui per dirmi che è morta."

"No. No," protestò Estabrook, non tentando nemmeno di liberarsi dalla stretta di Gentle. "Ho assunto quest'uomo, e ora voglio richiamarlo indietro..."

"Allora lo faccia," disse Gentle, lasciando andare il cappotto.

"Non posso."

Estabrook mise una mano in tasca ed estrasse un pezzo di carta. A giudicare dalle spiegazzature era stato gettato via e poi ricuperato.

"Questo viene dall'uomo che mi ha procurato l'assassino," continuò. "È stato consegnato a casa mia due notti fa. Era ovviamente ubriaco o drogato quando lo ha scritto, ma dice che, quando lo avrò letto, lui sarà già morto. Immagino avesse ragione. Non mi ha contattato. Era il mio solo legame con l'assassino."

"Dove ha incontrato quest'uomo?"

"Da qualche parte a sud del fiume, non so dove. Era buio. Mi ero perso. E poi, non è più lì. E andato a cercarla."

"Allora la avvisi."

"Ci ho provato. Non risponde alle mie telefonate. Ha un altro amante adesso. Lui è avido come lo ero io. Le mie lettere, i miei telegrammi, mi vengono tutti rispediti indietro ancora chiusi. Ma lui non sarà in grado di salvarla. Quest'uomo che ho assunto... il suo nome è Pie..."

"Cos'è, una specie di codice?"

"Non lo so," rispose Estabrook. "So soltanto che ho fatto una cosa imperdonabile e che lei deve aiutarmi a rimediare. Quest'uomo, Pie, è un pericolo mortale."

"Che cosa le fa pensare che vorrà vedere me se non vuole vedere lei?"

"Non c'è niente che lo garantisca. Ma lei è più giovane, più forte, e ha avuto qualche... esperienza della mente criminale. Ha più possibilità di riuscire a mettersi tra lei e Pie di quante ne abbia io. Le darò dei soldi per l'assassino. Potrà pagarlo. E io pagherò tutto quello che mi chiederà. Sono ricco. Ma la avvisi, Zacharias, e la faccia tornare a casa. Non posso avere la sua morte sulla coscienza."

"È un po' tardi per pensarci."

"Sto cercando di rimediare come posso. Allora, siamo d'accordo?" Si tolse un guanto di pelle per stringere la mano di Gentle.

"Vorrei avere la lettera che le ha inviato il suo contatto," disse Gentle.

"Non ha quasi senso," obiettò Estabrook.

"Se lui è morto, e muore anche lei, quella è una prova, che abbia senso o no. Me la dia o non se ne fa niente."

Estabrook mise la mano in tasca, come per estrarre la lettera, ma quando le sue dita la toccarono, esitò. Nonostante tutti i suoi discorsi sulla coscienza pulita, sul fatto che Gentle fosse l'uomo che doveva salvarla, era assai riluttante a dargli la lettera.

"Lo immaginavo," disse Gentle. "Vuole essere sicuro che la colpa ricada su di me se qualcosa va storto. Be', vada a farsi fottere."

Si girò e iniziò a scendere dalla collina. Estabrook lo seguì, gridando il suo nome, ma Gentle non rallentò il passo. Lasciò che l'uomo corresse.

"Va bene!" udì dietro di sé. "Va bene, la prenda! La prenda!"

Gentle rallentò ma non si fermò. Quando Estabrook lo raggiunse, era esausto per la fatica.

"La lettera è sua," disse.

Gentle la prese, mettendola in tasca senza leggerla. Avrebbe avuto un sacco di tempo per farlo durante il volo.

 

6

 

I

 

Il corpo di Chant venne trovato il giorno seguente dal novantatreenne Albert Burke, che lo rinvenne mentre cercava Kipper, il suo cane bastardo fuggito di casa. L'animale aveva annusato dalla strada ciò che il suo padrone aveva iniziato a sentire solo mentre saliva le scale, fischiandogli dietro, tra le bestemmie: la carne in putrefazione in cima alle scale. Nell'autunno del 1916 Albert aveva combattuto per il suo paese sulla Somme, dividendo per più giorni le trincee con i compagni morti. La vista e gli odori della morte non lo affliggevano più di tanto. In effetti la sanguigna descrizione che fece della sua scoperta diede colore alla storia nel notiziario della sera, garantendogli maggiore diffusione di quanta ne avrebbe altrimenti meritata, e attirando una certa attenzione sull'identità dell'uomo trovato cadavere. Nello spazio di un giorno venne fatto un ritratto del defunto come poteva essere stato in vita, e il mercoledì successivo una donna che abitava in un condominio comunale a sud del fiume lo identificò per il suo vicino di pianerottolo, il signor Chant.

Un esame del suo appartamento ebbe come risultato un secondo servizio, non sulla carne di Chant questa volta, ma sulla sua vita. La conclusione della polizia fu che l'uomo trovato morto era membro di una qualche setta misteriosa.

Dissero che un piccolo altare dominava la sua stanza che era decorata con le teste avvizzite di animali che i medici legali non erano stati in grado di identificare, e che al centro dell'altare c'era un idolo dalla natura sessuale talmente esplicita che nessun giornale osò pubblicarne un disegno, per non parlare di una fotografia. La stampa scandalistica si buttò sulla storia, attratta specialmente dai manufatti appartenuti all'uomo assassinato. Scrissero, con malcelato razzismo, degli influssi delle perverse religioni straniere. Grazie a questa e alle altre storie su Burke alla Somme, la morte di Chant destò molto interesse da parte dei giornali e questo fatto ebbe diverse conseguenze. Provocò un'ondata di attacchi della destra alle moschee nell'area londinese, una richiesta di demolizione del palazzo in cui Chant aveva vissuto, e portò Dowd a una certa torre di Highgate, dove venne convocato al posto del suo padrone assente, il fratello di Estabrook, Oscar Godolphin.

 

II

 

Nel 1780, quando Highgate Hill era tanto ripida e segnata da solchi tanto profondi che regolarmente le carrozze non riuscivano ad arrivare in vetta, e il viaggio fino in città era così pericoloso che nessun uomo saggio l'avrebbe intrapreso senza portarsi dietro le sue pistole, un mercante chiamato Thomas Roxborough aveva costruito una bella casa in Hornsey Lane, progettata per lui da un certo Henry Holland. A quel tempo Highgate Hill offriva bei panorami: a sud si vedeva tutto il fiume; a nord e a ovest i ricchi pascoli della regione si estendevano in direzione del piccolo villaggio di Hampstead. La vista di un tempo era ancora a disposizione del turista, dal ponte che attraversava Archway Road, ma la bella casa di Roxborough era scomparsa, sostituita verso la fine degli anni Trenta da un anonimo grattacielo a dieci piani, posto lontano dalla strada. Tra il grattacielo e la strada c'era una fila di alberi ben potati, non sufficientemente fitti da nasconderlo completamente, ma abbastanza da rendere praticamente invisibile quello che era già un edificio indistinto. L'unica posta che vi veniva consegnata erano circolari e documenti ufficiali di vario tipo. Non c'erano inquilini: né privati, né uffici. Ma Roxborough Tower veniva tenuta bene dai suoi proprietari che si riunivano, circa una volta al mese, nell'unica stanza che occupava l'ultimo piano dell'edificio nel nome dell'uomo che aveva posseduto quel pezzo di terra duecento anni prima e che lo aveva lasciato alla società da lui fondata.

Gli uomini e le donne (undici in tutto) che si incontravano lì parlavano per alcune ore e poi andavano ciascuno per la sua strada. Erano i discendenti dei pochi seguaci che Roxborough aveva raccolto attorno a sé nei giorni bui che erano seguiti al fallimento della Riconciliazione. Adesso non c'era più passione tra di loro, ma poco più di una vaga consapevolezza dello scopo che aveva spinto Roxborough a fondare quella che egli aveva definito la Società della Tabula Rasa. Ma si incontravano comunque, un po' perché nella loro prima infanzia l'uno o l'altro dei loro genitori (solitamente, ma non sempre, il padre) li aveva presi da parte rivelando che una grande responsabilità sarebbe ricaduta su di loro: continuare a detenere un segreto di famiglia protetto ermeticamente; e un po' perché la Società aveva cura di se stessa. Roxborough era stato un uomo ricco e piuttosto accorto. Nel corso della sua vita aveva acquistato considerevoli appezzamenti di terreno, e i profitti provenienti da quell'investimento erano saliti mentre Londra cresceva. Unica beneficiaria di quelle somme di denaro era la Società, anche se i fondi erano disseminati tanto ingegnosamente, attraverso compagnie e agenti ignari del loro posto nel sistema, che nessuno di coloro che lavoravano per la Società, quale che fosse la loro funzione, era al corrente della sua esistenza.

La Tabula Rasa prosperava perciò in questo suo modo peculiare e senza scopo apparente, radunandosi per parlare dei suoi segreti, come aveva decretato Roxborough, e godere della vista della città dalla sua sede presso Highgate Hill.

 

Kuttner Dowd era stato lì diverse volte, anche se mai quando la Società era riunita, come quella sera. Il suo datore di lavoro, Oscar Godolphin, era uno degli undici ai quali era stata passata la fiaccola della missione di Roxborough, anche se fra tutti loro non c'era sicuramente nessuno che fosse un ipocrita perfetto come lui. Godolphin infatti era sia membro di una società che si occupava della repressione di tutte le attività magiche, sia datore di lavoro (lui avrebbe detto padrone) di una creatura evocata con la magia proprio nello stesso anno della tragedia che aveva portato alla creazione della Società.

La creatura, naturalmente, era Dowd, e i membri della Società erano al corrente della sua esistenza anche se non delle sue origini. Se le avessero conosciute, non lo avrebbero mai convocato lì permettendogli l'accesso alla Torre consacrata. Piuttosto si sarebbero attenuti all'editto di Roxborough, cercando di distruggerlo quale che potesse essere il rischio per i loro corpi, le loro anime e la loro salvezza. Certamente sapevano come fare. La Torre era, secondo l'opinione generale, la sede di una biblioteca senza eguali che raccoglieva trattati, libri di magia, enciclopedie e raccolte di saggi, messi insieme da Roxborough e dal gruppo dei magi del Quinto Dominio che per primi avevano appoggiato il tentativo di Riconciliazione. Uno di quegli uomini era stato Joshua Godolphin, Conte di Bellingham. Lui e Roxborough erano sopravvissuti ai pericolosi avvenimenti di quel solstizio d'estate di quasi duecento anni prima, al contrario della maggior parte dei loro amici più cari. Si diceva che dopo la tragedia Godolphin si fosse ritirato nella sua proprietà in campagna e non se ne fosse mai più allontanato. Roxborough, d'altro canto, sempre il più pragmatico del gruppo, a pochi giorni dal cataclisma aveva messo al sicuro le biblioteche occulte dei suoi colleghi morti, nascondendo le migliaia di volumi nella cantina della propria casa, dove non potevano, secondo le parole di una lettera al Conte, "più corrompere le menti di brave persone, come i nostri cari amici con ambizioni non cristiane. In futuro, dovremo tenere le azioni di questa esecrabile magia lontane dalle nostre coste." Il fatto che non avesse distrutti i libri, ma li avesse semplicemente messi sotto chiave, testimoniava in ogni caso dell'ambiguità presente in lui. Nonostante gli orrori ai quali aveva assistito, e l'intensità della sua repulsione, qualche piccola parte di lui conservava l'incanto che aveva indotto lui stesso, Godolphin, e i suoi compagni sperimentatori a riunirsi per la prima volta.

Dowd rabbrividì dal disagio mentre aspettava nell'austero corridoio d'ingresso della Torre, sapendo che da qualche parte, molto vicino, si trovava la più grande collezione di scritti di magia riunita in un solo luogo fuori del Vaticano, e che al loro interno si descrivevano molti riti in grado di creare ed eliminare creature come lui. Lui, naturalmente, non era fatto del materiale convenzionale con cui erano fatti i demoni familiari. La maggior parte di costoro erano funzionari sciocchi e smemorati, pescati dai loro evocatori nell'In Ovo, lo spazio tra il Quinto e i Domini Riconciliati, come un'aragosta dalla vasca di un ristorante. Lui, invece, era stato ai suoi tempi un attore professionista; e di successo, per giunta. Non era stata una congenita stupidità a renderlo sensibile ai poteri umani, era stata l'angoscia. Aveva visto il viso di Hapexamendios Stesso e, semimpazzito a quella vista, non era stato in grado di resistere alle evocazioni, e al vincolo, quando giunse. Chi lo aveva convocato era naturalmente Joshua Godolphin, il quale aveva ordinato a Dowd di servire i suoi discendenti fino alla fine del tempo. In realtà, il fatto che Joshua si fosse ritirato nella sicurezza della sua proprietà aveva dato a Dowd la libertà di vagabondare fino alla morte del vecchio, quando venne richiamato per offrire i suoi servigi al figlio di Joshua, Nathaniel, rivelando la sua vera natura solo dopo essersi reso indispensabile.

In effetti, quando Dowd si mise al suo servizio Nathaniel era già diventato un dissoluto di prima grandezza e non si interessava minimamente a sapere che tipo di creatura Dowd fosse, almeno fintanto che avesse continuato a procurargli il giusto tipo di compagnia. E così Dowd era andato avanti, generazione dopo generazione, limitandosi a cambiare faccia ogni tanto (un trucco semplice, o feit) in modo da nascondere al mondo umano e mortale là propria longevità. Ma la possibilità che un giorno la Tabula Rasa potesse scoprire le sue doppiezze e, cercando nella biblioteca, potesse scovare qualche potere maligno in grado di distruggerlo, non abbandonò mai completamente i suoi pensieri. Specialmente adesso, mentre aspettava di essere chiamato al loro cospetto.

Quella chiamata si faceva attendere da un'ora e mezza, un lasso di tempo in cui si distrasse pensando agli spettacoli che dovevano debuttare la settimana seguente. Il teatro rimaneva il suo grande amore, e non esisteva praticamente produzione, di qualsiasi livello fosse, che lui non andasse a vedere. Per il martedì seguente aveva i biglietti per il Lear al National Theater, e poi, due giorni più tardi, aveva una poltrona nelle prime file per la replica della Turandot al Coliseum. Erano cose da attendere con ansia, una volta che quel maledetto incontro fosse finito.

Finalmente l'ascensore diede segni di vita e apparve uno dei membri più giovani della Società, Giles Bloxham. A quarant'anni, Bloxham dimostrava il doppio della sua età. Ci voleva un certo genio, aveva commentato una volta Godolphin parlando di Bloxham (gli piaceva raccontare le assurdità della Società, particolarmente quando aveva alzato il gomito), per avere un aspetto tanto dissoluto e senza nessun serio motivo.

"Siamo pronti per te, ora," disse Bloxham, facendo cenno a Dowd di seguirlo nell'ascensore. "Tu capisci," disse mentre salivano, "che se mai sarai tentato di fare parola di ciò che vedrai qui, la Società ti distruggerà con tanta rapidità e precisione che tua madre non saprà neanche più che sei mai esistito?"

Quelle minacce roventi suonavano assurde nel piagnucolio nasale di Bloxham, ma Dowd recitò la parte del funzionario sconsolato.

"Capisco perfettamente," disse.

"È una decisione straordinaria," continuò Bloxham, "invitare a una riunione qualcuno che non è membro della Società, Ma questi sono tempi straordinari. Non che siano affari tuoi."

"Certamente," disse Dowd, tutto innocenza.

Quella sera avrebbe sopportato la loro condiscendenza senza discutere, pensò, sempre più fiducioso che stesse per succedere qualcosa che avrebbe fatto tremare quella Torre fino dalle fondamenta. Quando ciò fosse accaduto, avrebbe avuto la sua vendetta.

Le porte dell'ascensore si aprirono, e Bloxham ordinò a Dowd di seguirlo. I corridoi che portavano all'appartamento principale erano spogli e privi di moquette, la stanza in cui venne fatto entrare anche. Le tende alle finestre erano tirate e l'enorme tavolo con il piano di marmo che dominava la stanza era illuminato da lampade sopraelevate la cui luce si riversava sui sei membri, due dei quali erano donne, seduti intorno a esso. A giudicare dalla profusione di bottiglie, bicchieri e posacenere stracolmi, e dalle facce meditabonde e stanche, avevano discusso per molte ore. Bloxham si versò un bicchier d'acqua, e prese posto. C'era una sedia vuota: quella di Godolphin. Dowd non venne invitato a occuparla, ma rimase all'estremità del tavolo, leggermente sconcertato dagli sguardi di chi lo avrebbe interrogato.

Non c'era tra di loro un viso che venisse riconosciuto dalla plebaglia. Anche se tutti loro discendevano da famiglie ricche e potenti, non avevano cariche pubbliche. La Società proibiva a tutti i membri di assumere cariche politiche o di sposare individui che potevano suscitare o stuzzicare la curiosità della stampa. Essa lavorava nel mistero, per la trasmissione del mistero. Forse era questo paradosso più di qualsiasi altra caratteristica della sua natura che alla fine l'avrebbe distrutta.

All'altro capo del tavolo, seduto davanti a una pila di giornali in cui certamente si parlava dei rapporti di Burke, sedeva un uomo dall'aria professorale sulla sessantina, capelli bianchi imbrillantinati. Dowd capì di chi si trattava in base alla descrizione di Godolphin: Hubert Shales, soprannominato Indolenza da Oscar. Shales si mosse e parlò con la circospezione di un teologo dalle ossa fragili.

"Sai perché sei qui?" chiese.

"Lo sa," si intromise Bloxham.

"Qualche problema con il signor Godolphin?" azzardò Dowd.

"Non è qui," disse una delle donne alla sua destra, che mostrava un viso emaciato sotto un turbante di capelli neri tinti. Alice Tyrwhitt, immaginò Dowd. "È quello il problema."

"Capisco," disse Dowd.

"Dove diavolo è?" chiese Bloxham.

"È in viaggio. Non credo si aspettasse questa riunione."

"Neanche noi," disse Lionel Wakeman, animato dallo Scotch che aveva assorbito, e con la bottiglia appoggiata nella piega del braccio.

"Dove sta viaggiando?" chiese la Tyrwhitt. "E essenziale che lo troviamo."

"Ho paura di non saperlo," ammise Dowd. "I suoi affari lo portano in tutto il mondo."

"Roba onesta?" chiese Wakeman con voce impastata.

"Ha fatto molti investimenti a Singapore," rispose Dowd. "E in India. Volete che prepari un dossier? Sono sicuro che lui sarebbe..."

"Il dossier mettitelo nel culo!" l'interruppe Bloxham. "Lo vogliamo qui! Adesso!"

"Temo di non sapere con esattezza dove si trovi. Da qualche parte in Estremo Oriente."

La donna, severa ma non priva di fascino, alla sinistra di Wakeman si intromise nel discorso, spegnendo la sigaretta nel posacenere, mentre parlava. Non poteva trattarsi che di Charlotte Feaver; Charlotte la Rossa, come la chiamava Oscar. Sarebbe stata l'ultima dei Roxborough, aveva aggiunto, a meno che non avesse trovato un modo per fecondare una delle sue amichette.

"Questo non è un dannato club dove si può venire quando cazzo se ne ha voglia," disse.

"Esatto," commentò Wakeman. "E una cosa vergognosa."

Shales prese uno dei giornali davanti a sé e lo gettò sul tavolo in direzione di Dowd.

"Immagino che tu abbia letto del corpo che hanno trovato a Clerkenwell," disse.

"Sì. Credo di sì."

Shales aspettò qualche secondo, mentre i suoi occhietti si spostavano da un membro all'altro della Società. Qualunque cosa stesse per dire, era già stata decisa prima che entrasse Dowd.

"Abbiamo motivo di credere che questo Chant non fosse del nostro Dominio."

"Scusi?" fece Dowd, fingendo di essere confuso. "Non la seguo. Dominio?"

"Risparmiaci la tua manfrina," disse Charlotte Feaver. "Sai di cosa stiamo parlando. Non puoi avere lavorato per Oscar venticinque anni senza conoscere i suoi segreti."

"Ne so molto poco," protestò Dowd.

"Ma abbastanza da sapere che è imminente un anniversario," intervenne Shales.

Però, pensò Dowd. Non sono tanto stupidi come sembrano.

"Intende la Riconciliazione?" disse.

"Proprio quella. Il prossimo solstizio..."

"Dobbiamo proprio dirlo?" chiese Bloxham. "Sa già più di quanto dovrebbe."

Shales ignorò l'interruzione, e stava per riprendere il discorso quando una voce proveniente da una figura massiccia seduta dietro il fascio di luce si intromise. Dowd era in attesa che quest'uomo, Matthias McGann, dicesse la sua. Se la Tabula Rasa aveva un leader, non poteva essere che lui.

"Hubert?" chiese l'uomo. "Posso?"

Shales mormorò: "Certamente."

"Signor Dowd," disse McGann, "io non dubito che Oscar sia stato indiscreto. Abbiamo tutti le nostre debolezze. Lei deve essere la sua. Nessuno la incolpa per aver ascoltato. Ma questa Società è stata creata per un fine molto particolare, e in alcune occasioni è stata costretta ad agire con estrema severità per proteggere tale fine. Non scenderò nei dettagli. Come dice Giles, lei sa già più di quanto noi vorremmo. Ma mi creda, faremo tacere chiunque metta in pericolo questo Dominio."

Si piegò in avanti. Il suo viso annunciava un uomo solitamente di buon umore, anche se quella sera poco soddisfatto della situazione.

"Hubert ha menzionato un anniversario imminente. E così. E le forze che hanno interesse a minare la sanità di questo Dominio potrebbero prepararsi a celebrarlo. Finora, questa," e indicò il giornale, "è l'unica prova che abbiamo trovato di tali preparativi, ma se ce ne sono altri verranno quanto prima debellati dalla nostra Società e dai suoi agenti. Capisce?" Non attese la risposta. "Questo genere di cose è assai pericoloso," continuò. "La gente comincia a indagare. Accademici. Esoterici. Iniziano a fare domande, e a sognare."

"Capisco quanto possa essere pericoloso," disse Dowd.

"Non fare il leccaculo, piccolo bastardo presuntuoso," esplose Bloxham. "Sappiamo tutti cosa avete fatto tu e Godolphin. Diglielo, Hubert!"

"Ho rintracciato alcuni manufatti di... origine non terrestre... che mi hanno messo sulla buona strada. La pista, in effetti, porta a Oscar Godolphin."

"Non lo sappiamo," disse Lionel. "Questi froci mentono."

"Credo proprio che Godolphin sia colpevole," intervenne Alice Tyrwhitt. "E questo qui con lui."

"Io protesto," fece Dowd.

"Ti sei occupato di magia," urlò Bloxham, "Ammettilo!" Si alzò e colpì il tavolo. "Ammettilo!"

"Siediti Giles," disse McGann.

"Guardalo," continuò Bloxham, puntando il pollice in direzione di Dowd. "È colpevole come l'inferno."

"Ho detto siediti," ripeté McGann, alzando leggermente la voce. Intimorito, Bloxham sedette. "Qui tu non sei sotto accusa," disse McGann a Dowd. "È Godolphin che vogliamo."

"Perciò trovalo," gli intimò Feaver.

"E quando l'avrai fatto," continuò Shales, "digli che ho un paio di oggetti che potrebbe riconoscere."

Sul tavolo cadde il silenzio. Alcune teste si girarono verso Matthias McGann. "Penso che basti," disse questi. "A meno che tu non abbia qualche osservazione da fare."

"Non credo," rispose Dowd.

"Allora puoi andare."

Dowd si accomiatò senza parlare, scortato fino all'ascensore da Charlotte Feaver, e scese da solo. Erano più informati di quanto immaginasse, ma erano ancora lontani dalla verità. Ripensò all'incontro mentre guidava verso Regent's Park Road, mandandolo a memoria per poterne riferire in seguito. Le domande da ubriaco di Wakeman, l'indiscrezione di Shales; McGann, liscio e morbido come una guaina di velluto. Avrebbe ripetuto tutto a Godolphin, specialmente l'interrogatorio incrociato su dove si trovasse l'assente.

Da qualche parte in Estremo Oriente, aveva detto Dowd. Forse a Yzordderrex Est, nei Kesparates costruiti vicino alla baia dove Oscar amava contrattare la merce di contrabbando proveniente da Hakaridek o dalle Isole. Che fosse lì o in qualche altro posto, Dowd non aveva modo di riportarlo indietro. Sarebbe tornato quando sarebbe tornato, e la Tabula Rasa avrebbe dovuto attendere il momento opportuno, anche se più a lungo lui stava lontano, più aumentava la possibilità che uno di loro esprimesse il sospetto che qualcuno di loro certamente nutriva: che i commerci di Godolphin in talismani e donne di malaffare fossero solo la punta dell'iceberg. Forse sospettavano anche che facesse dei viaggi.

Godolphin non era l'unico del Quinto ad aver fatto delle gite tra i Domini, ovviamente. C'erano molti percorsi dalla terra ai Domini Riconciliati, alcuni più sicuri di altri, ma tutti utilizzabili in un periodo o nell'altro, e non solo da maghi. I poeti avevano trovato il loro modo di andare (e a volte di tornare, per raccontarlo) e, come loro, nel corso dei secoli molti preti ed eremiti, che avevano meditato tanto profondamente sulla loro essenza da farsi proiettare in un altro mondo. Qualunque anima disperata o sufficientemente ispirata poteva trovare l'accesso. Ma, per quel che ne sapeva Dowd, pochi avevano fatto di quest'esperienza una cosa tanto comune come Godolphin.

Di qua come di là esistevano periodi pericolosi per gite del genere. I Domini Riconciliati erano stati sotto il controllo del Despota di Yzordderrex per più di un secolo, e ogni volta che Godolphin ritornava da un viaggio raccontava di nuovi segni di sommosse. Dai confini del Primo Dominio a Patashoqua e alle sue città satelliti nel Quarto, molte erano le voci che incitavano alla ribellione. Non esisteva ancora alcun accordo su come fare per abbattere la tirannia dell'Autarca. Solo un'irrequietezza che sobbolliva lentamente, e che regolarmente traboccava in sommosse o scioperi i cui leader venivano regolarmente scoperti e giustiziati. In alcune occasioni la giustizia del Despota era stata ancora più draconiana. Nel nome del Motore di Yzordderrex erano state distrutte intere comunità. Tribù e piccole nazioni erano state private dei beni, delle terre e del loro diritto a procreare; altre erano state semplicemente sradicate da pogrom organizzati sotto la diretta supervisione del dittatore. Nessuno di quegli orrori, però, aveva dissuaso Godolphin dal viaggiare nei Domini Riconciliati. Forse gli avvenimenti di quella notte ci sarebbero riusciti, almeno fino a quando i sospetti della Società non fossero cessati.

 

Per quanto faticoso fosse, Dowd sapeva di non avere scelta; avrebbe dovuto recarsi alla Proprietà Godolphin. Lì avrebbe atteso, come un cane sempre più solo per la mancanza del padrone, fino al ritorno di Godolphin. Oscar non sarebbe stato il solo a dover trovare delle scuse nel futuro prossimo: sarebbe toccato anche a lui. Uccidere Chant era sembrata all'epoca una manovra saggia e, naturalmente, un diversivo gradevole in una notte in cui non c'erano spettacoli da vedere ma Dowd non aveva previsto il pandemonio che avrebbe provocato. Con il senno di poi, si rendeva conto di essere stato ingenuo. L'Inghilterra amava gli omicidi, e li preferiva corredati di diagrammi. E lui era stato sfortunato, con l'onnipresente signor Burke della Somme e una bassa percentuale di scandali politici che avevano cospirato per dare a Chant fama postuma. Doveva prepararsi all'ira di Godolphin. Ma si augurava che quell'incidente passasse in secondo piano rispetto alla preoccupazione per i sospetti della Società. Godolphin avrebbe avuto bisogno di Dowd per allontanare quei sospetti, e un uomo che aveva bisogno del suo cane sapeva di non doverlo colpire troppo forte.

 

7

 

I

 

Gentle chiamò Klein dall'aeroporto, pochi minuti prima di salire sull'aereo. Fornì a Chester una versione molto riveduta della verità, senza parlare del progetto omicida di Estabrook, ma spiegando che Jude era malata e aveva richiesto la sua presenza. Klein non fece la tirata che Gentle aveva previsto. Osservò semplicemente, con aria stanca, che se la parola di Gentle valeva così poco dopo tutti gli sforzi che lui, Klein, aveva fatto per dargli del lavoro, allora era meglio che il loro rapporto di lavoro terminasse lì. Gentle lo pregò di essere più indulgente, e Klein rispose che avrebbe chiamato lo studio due giorni più tardi e, nel caso non avesse ricevuto risposta, questo avrebbe significato che il loro accordo non era più valido.

"Il tuo cazzo sarà la tua morte," commentò, mettendo fine alla conversazione.

Il volo diede a Gentle il tempo di pensare a quella battuta e alla conversazione sulla Collina degli Aquiloni, il cui ricordo lo tormentava ancora. Durante il colloquio, era passato dal sospetto all'incredulità, al disgusto e alla fine aveva accettato la proposta di Estabrook. Ma nonostante il fatto che l'uomo fosse stato di parola, fornendo fondi più che sufficienti per il viaggio, più Gentle ripensava alla conversazione, più la sua prima reazione - il sospetto - si risvegliava. I suoi dubbi giravano intorno a due elementi della storia di Estabrook: l'assassino stesso (questo signor Pie, assunto dal nulla) e, più particolarmente, l'uomo che aveva presentato Estabrook al suo mercenario: Chant, la cui morte aveva scatenato i mass media negli ultimi giorni.

La lettera del morto era praticamente incomprensibile, come Estabrook aveva detto, dato che spaziava dalla retorica da pulpito alle visioni da narcotici. Il fatto che Chant, sapendo che sarebbe stato assassinato (almeno questo era convincente), avesse scelto di scrivere quelle assurdità spacciandole per informazioni vitali era segno di una grave alienazione mentale. Ma quanto più alienato doveva essere un uomo come Estabrook, che faceva affari con un pazzo del genere? E Gentle non era forse ancora più matto, facendosi assumere dal datore di lavoro del pazzo?

In mezzo a tutte queste fantasie e false interpretazioni, c'erano comunque due sole certezze: la morte e Judith. La prima aveva colpito Chant in una casa abbandonata a Clerkenwell; su questo non c'erano dubbi. La seconda, ignara delle intenzioni criminali del marito, era probabilmente il prossimo obiettivo della morte. Il compito di Gentle era semplice: doveva interporsi fra loro.

 

Arrivò al suo albergo tra la Cinquantaseiesima e Madison poco dopo le cinque, ora di New York. Dalla sua finestra al quattordicesimo piano poteva vedere il centro della città, ma la scena non era affatto gradevole. Durante il trasferimento dall'aeroporto Kennedy era iniziata a cadere una forte pioggia che minacciava di trasformarsi in neve, e le previsioni del tempo dicevano che il freddo sarebbe diventato più intenso. La cosa non gli dava comunque fastidio. La grigia oscurità, assieme ai clacson e al rumore di frenate che provenivano dall'incrocio sottostante, si addicevano al suo cattivo umore. Come Londra, anche New York era una città nella quale una volta aveva avuto amici, ma li aveva perduti. L'unico viso che avrebbe cercato sarebbe stato quello di Judith.

Non aveva senso rimandare la ricerca. Ordinò del caffè in camera, si fece la doccia, bevve il caffè, indossò il suo maglione più pesante, la giacca di pelle, i pantaloni di fustagno e gli stivaloni, e uscì. Era difficile trovare un taxi, e dopo dieci minuti di attesa in coda sotto la tenda dell'albergo decise di camminare verso i quartieri eleganti per qualche isolato in modo da prendere un taxi al volo, se fosse stato fortunato. In caso contrario, il freddo gli avrebbe schiarito le idee. Quando raggiunse la Settantesima Strada, il nevischio era diventato una pioggerella, e il suo passo saltellante. A dieci isolati da lui Judith doveva essere impegnata nelle solite attività del tardo pomeriggio: fare il bagno, ad esempio, o vestirsi per una serata in città. Dieci isolati, un minuto per isolato. Dieci minuti e sarebbe arrivato davanti al luogo in cui si trovava lei.

 

II

 

Dal momento dell'aggressione Marlin si era dimostrato premuroso come un marito in colpa, telefonandole dall'ufficio circa ogni ora, chiedendole diverse volte se desiderasse parlare con un analista, o per lo meno con uno dei suoi tanti amici che erano stati aggrediti o derubati per le strade di Manhattan. Lei rifiutò la proposta. Fisicamente stava abbastanza bene. Psicologicamente anche. Anche se aveva sentito che le vittime di aggressioni soffrivano spesso di disturbi a scoppio ritardato - tra cui depressione e insonnia - nessuna conseguenza di quel tipo si era ancora manifestata in lei. Era il mistero di ciò che era successo a tenerla sveglia la notte. Chi era quest'uomo che sapeva il suo nome, che si rialzava dopo un incidente che avrebbe dovuto ucciderlo sul colpo e, come se niente fosse, riusciva a battere in corsa un uomo sano? E perché aveva visto proiettato sul suo viso quello di John Zacharias? Aveva provato per due volte a raccontare a Marlin dell'incontro dentro e fuori da Bloomingdale, e per due volte aveva cambiato argomento all'ultimo istante, incapace di affrontare la sua benevola condiscendenza. Spettava a lei risolvere quell'enigma, e se ne avesse parlato in giro avrebbe reso impossibile trovare una soluzione.

Per fortuna, l'appartamento di Marlin le dava un forte senso di sicurezza. C'erano due portieri: Sergio di giorno e Freddy di notte. Marlin aveva fornito a entrambi una descrizione dettagliata dell'aggressore, e aveva dato istruzioni perché non lasciassero salire nessuno senza l'autorizzazione della signora Odell: e, anche in quel caso, avrebbero dovuto accompagnare il visitatore alla porta dell'appartamento, e scortarlo fuori se la signora avesse preferito non vederlo. Niente poteva colpirla finché fosse rimasta dietro quelle porte chiuse. Quella notte, con Marlin che lavorava fino alle nove e la cena già programmata, aveva deciso di trascorrere l'inizio della serata dividendo e incartando i regali che aveva raccolto durante le sue numerose spedizioni nella Quinta Avenue, addolcendo un po' quell'occupazione con vino e musica. La raccolta di dischi di Marlin comprendeva soprattutto canzoni da night della sua adolescenza negli anni Sessanta, e la cosa le andava benissimo. Ascoltò un languido soul bevendo Sauvignon ghiacciato, mentre si gingillava con i suoi acquisti, più che felice di stare da sola. Ogni tanto si alzava dal caos di nastri e carta per andare alla finestra a guardare il freddo. Il vetro si stava appannando. Non lo pulì. Lasciò che il mondo diventasse sfocato. Quella notte le andava bene così.

 

Quando Gentle raggiunse l'incrocio vide, a una finestra del secondo piano, una donna che guardava in strada. La osservò per diversi secondi prima che il movimento casuale di una mano che si alzava sulla nuca e scorreva sui lunghi capelli gli consentisse di identificare Judith in quella silhouette. Non si guardò alle spalle, come avrebbe fatto se ci fosse stato qualcun altro nella stanza. Si limitò a sorseggiare dal bicchiere, ad accarezzarsi la testa e a guardare la notte buia. Gentle aveva pensato che avvicinarla sarebbe stato semplice, ma ora, guardandola da lontano, capì che non era così.

La prima volta che l'aveva vista - tanti anni prima - aveva provato qualcosa di simile al panico. Tutto il suo organismo era stato scosso fino alla nausea e lui aveva perso ogni energia. La seduzione che era seguita era stata sia un omaggio che una vendetta; un tentativo di controllare qualcuno che esercitava su di lui un potere che sfidava ogni analisi. Fino a quel momento non aveva capito quel potere. Era certamente una donna affascinante, ma lui ne aveva conosciute altre, altrettanto belle, e non si era sentito allarmato da loro. Che cosa c'era in Judith che lo metteva in un tale stato di confusione? La guardò finché non si allontanò dalla finestra, poi rimase a fissare il vuoto che aveva lasciato, ma infine si stancò anche di questo e del freddo ai piedi. Si mosse dall'angolo e si diresse ad alcuni isolati a est, dove trovò un bar, mandò giù due bourbon, e desiderò ardentemente che la sua droga fosse l'alcool e non le donne.

 

Al suono della voce dell'estraneo, Freddy, il portiere di notte, si alzò borbottando dalla sedia nell'angolino accanto all'ascensore. Attraverso la grata in ferro battuto e il vetro a prova di proiettile dell'ingresso principale si intravedeva una figura indistinta. Non riuscì a scorgere il viso, ma era sicuro di non conoscere il visitatore, cosa alquanto insolita. Lavorava in quel palazzo da cinque anni e conosceva i nomi della maggior parte dei visitatori degli inquilini. Borbottando, attraversò l'atrio pieno di specchi, tirando dentro la pancia appena vide la sua immagine riflessa. Poi aprì la porta con le dita ghiacciate. In quell'attimo si rese conto del proprio errore. Anche se una folata di vento diaccio gli fece lacrimare gli occhi rendendo confusi i tratti del visitatore, si accorse che lo conosceva molto bene. Come poteva non riconoscere il proprio fratello? Quando aveva sentito la voce e i colpi alla porta stava proprio per telefonargli per sapere cosa succedeva a Brooklin.

"Cosa fai qui, Fly?"

Fly mostrò il suo sorriso sdentato. "Ho pensato di farti una visitina," disse.

"Hai qualche problema?"

"No, va tutto bene," rispose Fly. Nonostante tutte le prove fornitegli dai propri sensi, Freddy si sentiva a disagio. L'ombra sui gradini, il vento negli occhi, il fatto stesso che Fly si trovasse lì, quando non veniva mai in città durante la settimana: tutto ciò gli suggeriva qualcosa che non riusciva esattamente a capire.

"Cosa vuoi?" chiese. "Non dovresti essere qui."

"Però ci sono," disse Fly, entrando nell'ingresso. "Pensavo ti avrebbe fatto piacere vedermi."

Freddy lasciò che la porta si richiudesse da sola, continuando a combattere con i propri pensieri. Ma questi lo abbandonavano come succede nei sogni. Non riusciva a legare la presenza di Fly ai suoi dubbi per il tempo necessario a capire che avevano a che fare l'una con gli altri.

"Penso che darò un'occhiata in giro," stava dicendo Fly, dirigendosi verso l'ascensore.

"Aspetta! Non puoi."

"Cosa credi che faccia? Che dia fuoco al palazzo?"

"Ho detto di no!" replicò Freddy e, a dispetto della vista appannata, si diresse verso Fly ponendosi tra suo fratello e l'ascensore. Il movimento scacciò le lacrime dai suoi occhi, e quando si fermò riuscì a vedere in faccia il visitatore.

"Tu non sei Fly!" disse.

Indietreggiò verso l'angolo vicino all'ascensore, dove teneva la pistola, ma lo straniero fu molto più veloce. Afferrò Freddy e, con quello che sembrò un semplice colpo secco del polso, lo scagliò attraverso l'atrio. Freddy gridò, ma chi poteva venire ad aiutarlo? Non c'era nessuno a guardia della guardia. Era un uomo morto.

 

Dall'altro lato della strada, Gentle - che era tornato dal suo giro appena un minuto prima - proteggendosi come meglio poteva dalle raffiche di vento che spazzavano Park Avenue, vide il portiere che si muoveva a tentoni sul pavimento dell'atrio. Attraversò la strada, evitò d'un soffio le macchine che passavano, e raggiunse l'ingresso appena in tempo per vedere una seconda figura entrare nell'ascensore. Colpì la porta con un pugno, gridando per scuotere il portiere dal suo stordimento.

"Mi faccia entrare. Perdio! Mi faccia entrare!"

Due piani più in alto, Jude udì quella che scambiò per una discussione familiare e, non desiderando che i litigi coniugali di qualcun altro disturbassero il suo buon umore, si mosse per alzare il volume del soul quando qualcuno bussò alla porta.

"Chi è?" chiese.

I colpi si ripeterono, senza una risposta. Abbassò il volume anziché alzarlo e si avvicinò alla porta, che aveva debitamente chiuso con catenaccio e catena. Ma il vino che aveva bevuto la rendeva incauta; armeggiò con la catena e stava per aprire la porta, quando il dubbio si insinuò nella sua mente. Troppo tardi. L'uomo dall'altra parte ne approfittò immediatamente. La porta venne spalancata, e lui la raggiunse con la velocità dell'auto che avrebbe dovuto ucciderlo due giorni prima. C'erano solo segni lievissimi delle lacerazioni che avevano arrossato il suo viso; e nei suoi movimenti nessuna traccia dei danni fisici che doveva aver subito. Era guarito miracolosamente. Solo la sua espressione conservava un segno di quella notte. Era addolorata e smarrita anche ora, mentre veniva a ucciderla, come lo era stata quando si erano trovati a faccia a faccia per la strada. Le sue mani si allungarono verso di lei, reprimendone il grido dietro il palmo.

"Per favore," disse l'uomo.

Se le stava chiedendo di morire velocemente, era completamente fuori strada. Judith alzò il bicchiere per spaccarglielo sul viso ma lui lo intercettò, strappandoglielo di mano.

"Judith!" esclamò.

Udendo il proprio nome, la donna smise di lottare, e la sua mano si allontanò dal viso dell'uomo.

"Come cazzo sai chi sono?"

"Non voglio farti del male," disse lui. La voce era morbida; l'alito profumava d'arancia. Il desiderio più perverso s'insinuò nella mente della donna, che lo cacciò seduta stante. Quell'uomo aveva cercato di ucciderla, e le sue parole erano solo un tentativo di calmarla prima di riprovarci.

"Lasciami stare."

"Devo dirti... "

Non si allontanò da lei, né finì la frase. Jude aveva intravisto un movimento dietro di lui, e quando l'uomo vide il suo sguardo, girò il capo in tempo per contrastare l'attacco. Inciampò senza cadere, girandosi per assalire con una agilità da ballerino, dirigendosi verso l'altro uomo con una violenza tremenda. Judith vide che non si trattava di Freddy. Incredibilmente, era Gentle. Il colpo dell'assassino lo scaraventò contro il muro, e fu così forte che fece cadere i libri dagli scaffali, ma prima che le dita dell'aggressore trovassero la sua gola, Gentle lo colpì con un pugno allo stomaco che dovette raggiungere qualche punto delicato, perché la lotta si interruppe, e l'altro lo lasciò andare, gli occhi fissi per la prima volta sul viso di Gentle.

L'espressione di dolore sul suo volto divenne qualcosa di completamente diverso: in parte orrore, in parte timore reverenziale, ma soprattutto un sentimento al quale Judith non fu in grado di dare un nome. Sforzandosi di respirare, Gentle non si accorse quasi di nulla, ma si staccò dal muro per rinnovare il suo attacco. Ma l'assassino fu veloce. Si precipitò alla porta e fuori da essa, prima che l'altro potesse mettergli le mani addosso. Gentle si fermò a chiedere a Judith se stava bene e, una volta rassicurato, corse all'inseguimento.

 

Aveva ripreso a nevicare, e un velo di neve era calato tra Gentle e Pie. L'assassino era veloce, nonostante il colpo ricevuto, ma Gentle era determinato a non lasciarsi sfuggire quel bastardo. Inseguì Pie per Park Avenue e poi a ovest sull'Ottantunesima, scivolando sul terreno reso viscido dal nevischio. Per due volte la sua preda si girò a guardare, e la seconda volta parve rallentare, come se volesse fermarsi e chiedere una tregua, ma poi dovette ripensarci e aumentò ulteriormente la velocità. Lo portò attraverso Madison in direzione di Central Park. Gentle sapeva che, se l'uomo avesse raggiunto il suo rifugio, sarebbe scomparso. Sfruttando ogni residuo di energia, riuscì ad avvicinarglisi. Mentre cercava di afferrarlo però, perse l'equilibrio. Cadde in avanti, le braccia protese invano, e colpì la strada abbastanza forte da perdere conoscenza per un paio di secondi. Quando riaprì gli occhi, sentì un forte sapore di sangue in bocca: si aspettava di vedere l'assassino sul punto di scomparire tra le ombre del parco, ma il bizzarro signor Pie era fermo sull'orlo del marciapiede e lo stava fissando. Continuò a guardare Gentle mentre si alzava, e il suo viso tradì una dolente compassione per le ferite di Gentle. Parlò prima che questi potesse rialzarsi, con voce morbida e liquida quanto il nevischio.

"Non seguirmi," disse.

"Lasciala... in... pace," ansimò Gentle, sapendo, già mentre parlava, che nel suo stato non poteva dare forza alla sua richiesta.

Ma la risposta dell'uomo fu affermativa.

"Lo farò, ma per favore... ti prego... dimentica di avermi visto."

Mentre parlava, iniziò a fare un passo indietro, e per un istante alla mente confusa di Gentle parve possibile che l'uomo scomparisse nel nulla, che si rivelasse spirito piuttosto che sostanza.

"Chi sei?" si trovò a chiedere.

"Pie'oh'pah," rispose l'uomo, e la sua voce era perfettamente intonata alle dolci esplosioni di quelle sillabe.

"Chi sei?"

"Nessuno e niente," fu la seconda risposta, accompagnata da un secondo passo indietro.

Ne fece un altro, e un altro ancora, e ogni passo poneva ulteriori strati di nevischio tra di loro. Gentle iniziò a seguirlo, ma la caduta lo aveva lasciato dolorante in ogni giuntura, e gli bastò zoppicare per tre metri per capire che la caccia era perduta. Si sforzò comunque di continuare, raggiungendo un lato della Quinta Avenue mentre Pie'oh'pah arrivava all'altro. La strada tra di loro era vuota, ma l'assassino gli parlò da un capo all'altro di essa come attraverso un fiume in piena.

"Torna indietro," disse, "o se vieni, preparati."

Per quanto fosse assurdo, Gentle rispose come se tra di loro vi fossero acque pure: "Prepararmi a cosa?" gridò.

L'uomo scosse la testa e, anche oltre la strada, con la neve tra di loro, Gentle poteva vedere quanta disperazione e confusione vi fossero sul suo viso. Non sapeva perché quell'espressione gli mettesse sottosopra lo stomaco, ma era così. Iniziò ad attraversare la strada, immergendo un piede nel flusso immaginario. L'espressione sul viso dell'assassino cambiò: la disperazione divenne incredulità, e l'incredulità una specie di terrore, come se quel guado fosse impensabile. Quando Gentle fu a metà strada, il coraggio dell'altro andò in pezzi. Il tremito della testa divenne una convulsione violenta, ed egli emise uno strano singhiozzo, gettando contemporaneamente la testa all'indietro. Poi indietreggiò, come aveva fatto prima, allontanandosi dall'oggetto del suo terrore - Gentle - come se sperasse di rendersi invisibile. Se mai tale sortilegio era possibile in questo mondo - e quella notte Gentle poteva crederlo - l'assassino non era un esperto. Ma i suoi piedi potevano fare quello che alla magia non riusciva. Quando Gentle raggiunse l'altra sponda del fiume, Pie'oh'pah si girò e fuggì, gettandosi oltre un muro nel parco senza apparentemente pensare a ciò che poteva trovarsi dall'altra parte: qualunque cosa pur di sfuggire alla vista di Gentle.

Non aveva scopo proseguire l'inseguimento. Il freddo stava già facendo dolere acutamente le ossa ammaccate di Gentle, e in quelle condizioni i due isolati per ritornare all'appartamento di Jude sarebbero stati un percorso lungo e doloroso. Quando vi giunse, la neve aveva inzuppato ogni strato dei suoi indumenti. Con i denti che battevano, la bocca sanguinante e i capelli appiattiti sulla testa, non avrebbe potuto essere meno attraente quando si ripresentò davanti all'ingresso principale. Jude stava aspettando nell'atrio, assieme al portiere pieno di vergogna. La donna venne in aiuto di Gentle non appena apparve, e le frasi che si scambiarono furono brevi e concrete: era ferito gravemente? No. L'uomo era fuggito? Sì.

"Vieni di sopra," disse lei. "Hai bisogno di essere medicato."

 

III

 

L'incontro tra Jude e Gentle era già stato sufficientemente drammatico per loro, perciò non ci furono ulteriori effusioni sentimentali. Lui rifiutò una doccia, ma si lavò il viso e le estremità ferite, rimuovendo delicatamente la sporcizia dai palmi delle mani. Poi si cambiò, indossando degli indumenti asciutti che lei aveva trovato nel guardaroba di Marlin, anche se Gentle era più alto e più magro del proprietario assente. Mentre si vestiva, Jude gli chiese se voleva essere visitato da un medico. Gentle la ringraziò, ma disse che no, che sarebbe stato subito bene. Ed era così che si sentiva, una volta asciutto e pulito: dolorante ma in buone condizioni.

"Hai chiamato la polizia?" chiese dalla porta della cucina, mentre Judith metteva in infusione del Darjeeling.

"Non ne vale la pena," rispose lei. "Sanno già di questo tipo dall'altra volta. Forse li farò chiamare più tardi da Marlin."

"Questo è il suo secondo tentativo?" Lei annuì. "Be', se ti può essere di conforto, non credo che ci proverà ancora."

"Che cosa ti rende così sicuro?"

"Il fatto che sembrava quasi pronto a buttarsi sotto una macchina."

"Non credo che gli farebbe granché," disse lei, e continuò raccontandogli dell'incidente al Village e del recupero miracoloso dell'aggressore.

"Avrebbe dovuto essere morto," constatò lei. "La sua faccia era a pezzi... era un miracolo che potesse anche soltanto stare in piedi. Vuoi zucchero o latte?"

"Forse un goccio di Scotch. Marlin beve?"

"Non è un intenditore come te."

Gentle rise. "È così che mi descrivi? Gentle l'alcolizzato?"

"No. A dire la verità, non ti descrivo affatto," rispose Judith leggermente intimidita. "Voglio dire, sono sicura di aver fatto il tuo nome davanti a Marlin, ma tu sei... non lo so... sei una colpa segreta."

Questa espressione gli ricordò la Collina degli Aquiloni e gli fece ripensare a colui che lo aveva assunto.

"Hai parlato con Estabrook?" chiese.

"Perché dovrei?"

"Sta cercando di contattarti."

"Non voglio parlare con lui." Posò il tè sul tavolo del salotto, cercò lo scotch e lo mise accanto alla tazza. "Serviti pure," disse.

"Tu non ne prendi un bicchierino?"

"Té, non whisky. Ho la testa già abbastanza sconvolta così." Tornò alla finestra, portandosi dietro il tè. "Ci sono troppe cose che non capisco in tutta questa faccenda," contìnuo. "Per cominciare: perché sei qui?"

"Non vorrei proprio sembrare melodrammatico, ma credo davvero che dovresti sederti, prima di cominciare questa discussione."

"Dimmi soltanto che cosa sta succedendo," suggerì lei, con la voce carica di rimprovero. "Da quanto tempo mi stai spiando?"

"Solo da alcune ore."

"Mi sembrava di averti visto seguirmi qualche giorno fa."

"Non ero io. Io ero a Londra fino a questa mattina."

Sembrò sorpresa. "E allora cosa sai di quest'uomo che ha cercato di uccidermi?"

"Ha detto di chiamarsi Pie'oh'pah."

"Non me ne frega un cazzo del suo nome," disse lei, mentre la sua aria distaccata si sgretolava. "Chi è? Perché vuole farmi del male?"

"Perché è stato assunto per questo."

"È stato cosa?"

"È stato assunto. Da Estabrook."

Il tè le traboccò dalla tazza, mentre un brivido le percorreva il corpo.

"Per uccidermi?" disse. "Ha assunto qualcuno per uccidermi? Non ti credo. È pazzesco."

"E ossessionato da te, Jude. E il suo modo di essere sicuro che tu non appartenga a nessun altro."

Judith si portò la tazza alle labbra, con entrambe le mani strette intorno ad essa, le nocche così bianche che era un miracolo che la porcellana non si rompesse come un uovo. Bevve un sorso con la faccia scura. Poi, lo stesso diniego, ma più piattamente: "Non ti credo."

"Ha cercato di parlarti per avvisarti. Ha assunto quest'uomo, poi ha cambiato idea."

"Come fai a sapere tutto questo?" Ancora il rimprovero.

"Mi ha mandato qui per fermarlo."

"Ha assunto anche te?"

Non era piacevole sentirlo dalle sue labbra, ma sì, disse, anche lui era solo un altro mercenario. Era come se Estabrook avesse messo due cani alle costole di Judith - uno che portava morte, l'altro vita - e volesse lasciare al destino il compito di decidere quale dei due dovesse raggiungerla per primo.

"Forse ora accetterò un po' di alcool," disse Judith , e si avvicinò al tavolo per prendere la bottiglia.

Lui si alzò per versarle il liquore ma il suo movimento bastò a fermare i passi della donna. Gentle si rese conto che lei lo temeva. Le porse la bottiglia da lontano. Lei non la prese.

"Adesso è meglio che tu te ne vada," suggerì. "Tra non molto Marlin sarà a casa. Non ti voglio qui..."

Gentle comprese il suo nervosismo, ma si sentì ferito da quel cambiamento di tono. Poco prima, mentre tornava zoppicando nella neve, una piccola parte di lui aveva sperato che la gratitudine di Judith avrebbe forse incluso un abbraccio, o per lo meno qualche parola che gli facesse intuire che provava qualcosa per lui. Ma lui si era macchiato della stessa colpa di Estabrook. Non era il campione della vittima, era l'agente del nemico.

"Se è questo che vuoi," disse.

"E questo che voglio."

"Posso chiederti una sola cosa? Se parli alla polizia di Estabrook, mi tieni fuori da questa storia?"

"Perché? Sei tornato ai vecchi affari con Klein?"

"Non approfondiamo il perché. Fai solo finta di non avermi mai visto."

Judith alzò le spalle. "Penso di poterlo fare."

"Grazie," disse Gentle. "Dove hai messo i miei vestiti?"

"Non saranno asciutti. Perché non ti tieni le cose che hai addosso?"

"Meglio di no," disse lui, non riuscendo a risparmiarle una piccola stoccata. "Non si sa mai cosa potrebbe pensare Marlin."

Judith non raccolse il rimprovero, e lo lasciò andare a cambiarsi. I vestiti erano stati stesi sul portasciugamani riscaldato nel bagno, che li aveva resi solo meno gelidi, ma quando ne sentì addosso l'umidità, Gentle fu quasi tentato di lasciare perdere il sarcasmo, e tenersi i vestiti dell'amante assente. Quasi, ma non completamente. Una volta cambiato, tornò nell'ingresso e trovò Judith nuovamente in piedi davanti alla finestra, come se si aspettasse il ritorno dell'assassino.

"Come hai detto che si chiamava?" chiese.

"Qualcosa tipo Pie'oh'pah."

"Che lingua è? Arabo?"